A Review from the STUDY and RESEARCH CENTER for INITIAL BIPEDALISM
Pour tout renseignement complémentaire, vous pouvez contacter :
M. François de Sarre,
par e-mail
( Janvier 2006 )
Dédié à Helmut Loofs-Wissowa et Richard Greenwell.
Sommaire :
Note sur "LA BETE DU GEVAUDAN" de Pascal CAZOTTES
par Robert DUMONT
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Relations entre les hommes et les plantes médicinales
par Michèle AQUARON
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Homo floresiensis : la petite dame de Flores redonne son "sens" à l'évolution !
par François de SARRE
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par Sandro D'ALESSANDRO
" Ma i delfini non hanno dimenticato che sono stati uomini e anche
nella loro anima incosciente ne serbano il ricordo "
( Oppiano )
Affermare che l'uomo non sia un mammifero terrestre sarebbe
un'asserzione priva di alcun fondamento ; c'è però da rilevare che
esistono delle caratteristiche, nell'anatomia e nella fisiologia
degli esseri umani, che ne fanno un mammifero terrestre davvero "sui
generis".
Non sfuggono infatti, ad un'osservazione attenta, alcune incongruenze
che mal si accordano con un'esistenza supposta sempre "terricola" dello
stesso uomo, in quanto esiste tutta una serie di correlazioni che legano
in maniera abbastanza evidente l'uomo all'ambiente sommerso,
correlazioni che non è dato riscontrare in alcun altro mammifero non
schiettamente acquatico.
La più appariscente di tali caratteristiche è probabilmente l'assenza di una folta peluria, assenza che si rileva fra i Mammiferi che hanno legato strettamente la loro esistenza all'ambiente acquatico : tale è il caso dei Cetacei, dei Sirenidi, nonché degli elefanti ( strettamente imparentati con i precedenti ) e degli ippopotami ; si tratta, negli ultimi due casi, di pachidermi prettamente terrestri che non possono sopravvivere che per poco tempo se non nei pressi di bacini idrici, nelle cui acque potersi immergere molto frequentemente.
C'è da dire peraltro che Mammiferi molto grandi necessitano meno degli altri di una pelliccia, in quanto le loro stesse dimensioni li riparano adeguatamente dal freddo. Una legge dell'ecologia, nota come "regola di Bergman", asserisce infatti che, poiché il volume di un corpo ( e quindi anche di un animale ) è una funzione cubica, mentre la sua superficie è una funzione quadratica, in relazione alla propria massa corporea un animale di grandi dimensioni ha una superficie esterna minore di quella di un animale di piccole dimensioni. Poiché la zona di contatto con l'ambiente esterno è proprio la superficie esterna, un Mammifero di grandi dimensioni può quindi tollerare meglio le basse temperature. Per questo motivo animali grandi non hanno la stessa necessità degli animali più piccoli di proteggersi dalle temperature esterne ; ciò spiega fra l'altro il raggiungimento di maggiori dimensioni da parte di quegli animali che vivono in climi più freddi. Se però questa argomentazione potrebbe essere invocata per spiegare l'assenza di pelliccia nei pachidermi e nei grandi Cetacei, è evidente che essa non spiegherebbe come mai anche i Cetacei più piccoli ( Delfini, Stenelle, Inie, ecc ) ed i Sirenidi ne siano sprovvisti.
La spiegazione dell'assenza della pelliccia è, almeno per Cetacei e Sirenidi, di tutt'altro tipo. Tanto più che la forma del loro corpo non è assimilabile in alcun modo ad una sfera, presupposto essenziale per l'applicazione della regola di Bergman : la loro forma allungata tende piuttosto, infatti, ad aumentarne la superficie di contatto con l'ambiente esterno. Nel corso dei loro adattamenti morfologici esteriori, tali animali hanno infatti privilegiato una maggiore idrodinamicità a scapito di una ottimale coibentazione termica, che viene invece assicurata dalla presenza di uno spesso strato di grasso sottocutaneo.
Nel caso dell'uomo, l'assenza di fitta peluria parrebbe un fattore negativo, tale da creare problemi alla sua stessa sopravivenza : essa si rivela infatti svantaggiosa da un punto di vista della termoregolazione, se si considera che l'uomo deve ricorrere ad indumenti di vario tipo, non esclusa la stessa pelliccia degli animali, al fine di ripararsi dal freddo. Sembra infatti proprio un'incongruenza, il fatto che l'evoluzione del genere umano abbia determinato la perdita di una caratteristica che ha rivelato la sua utilità e la sua funzionalità finanche nei mammiferi viventi in ambienti caratterizzati da limitate escursioni termiche ! In effetti, se non si considera la possibilità che il genere umano abbia assunto, in un determinato stadio della sua evoluzione, degli adattamenti sensibilmente diversi da quelli che gli si attribuiscono comunemente, risulta difficile trovare una valida spiegazione a questo strano processo evolutivo.
Accanto agli innegabili ed ovvii vantaggi che apporta, una pelliccia folta determina, in virtù del maggiore attrito, una certa difficoltà di avanzamento dell'animale al nuoto. Per questo motivo la riduzione della peluria è, nei Mammiferi, tanto maggiore quanto maggiore è l'adattamento all'elemento acquatico.
La pelliccia della lontra - considerata, neanche a dirlo, molto
pregiata -, pur essendo abbondante ed assai funzionale per la
protezione dell'animale dal freddo, è molto compatta, il che permette
di ridurre la resistenza al nuoto subacqueo : accanto ad altre specie
di Mustelidi che non hanno alcuna affinità per l'ambiente acquatico
( ad es. la martora o la faina ), passando per altre via via più
adattate, come ad es. la puzzola, essa manifesta i migliori
adattamenti della sua Famiglia, e non solo ( la lontra è in Europa il
mammifero terrestre che meglio degli altri si è adattato a vivere in
ambiente acquatico ). Tali adattamenti che permangono tuttavia ad un
livello inferiore rispetto a quelli di altri gruppi di Mammiferi.
Non si nota ad es., neanche nei Mustelidi più "acquatici", quella
tendenza all'eliminazione della peluria che si verifica invece in
Mammiferi maggiormente adattati alla vita nell'acqua.
Ciò potrebbe essere spiegato con l'habitat in cui questi animali vivono. Una prima osservazione è relativa alle profondità operative, relativamente modeste anche nel caso della lontra marina : mentre Focidi ed Odobenidi sono in grado di raggiungere profondità di diverse centinaia di metri, le cui notevoli pressioni ostacolano non poco il movimento di qualsiasi corpo immerso, per le lontre è sufficiente sapersi immergere a pochi metri di profondità, in quanto nel loro habitat gli abissi non esistono. Un'altra osservazione è relativa allo stesso habitat, che non può prevedere un'eccessiva specializzazione all'ambiente sommerso, in quanto, se troppo spinta, essa potrebbe limitare la capacità dell'animale di sfuggire ai predatori in ambiente terrestre. D'altra parte, per la regola di Bergman, le piccole dimensioni della specie ne sconsiglierebbero da sole la perdita o la riduzione della peluria.
Nelle foche e nelle otarie, indubbiamente più adattate delle lontre a vivere in ambiente acquatico, la pelliccia, sebbene ancora presente, è ridotta e coadiuvata da uno spesso strato di grasso sottocutaneo avente la funzione di riparare l'animale dai freddi intensi. Nei trichechi, in cui la pelliccia è meno folta che nelle specie viste in precedenza, la funzione di coibente termico sembra assegnata quasi esclusivamente al solo pannicolo di grasso.
Gli unici mammiferi completamente sprovvisti di pelliccia si riducono pertanto, oltre che ai già ricordati pachidermi, Cetacei e Sirenidi, al solo uomo. Forse degno di nota è che anche l'uomo presenta, al pari di queste categorie di animali, una certa tendenza all'accumulo di grasso sottocutaneo.
Un'altra caratteristica fisiologica che lega l'uomo all'acqua è la possibilità di compensare, attraverso una semplice pressione del pollice e dell'indice, la pressione idrostatica esterna con quella interna. Le due dita, opponibili, sono infatti in grado di serrare il naso, permettendo, in seguito ad un processo espiratorio forzato, il pareggiamento a livello del timpano della pressione idrostatica esterna con la pressione interna dell'aria. A ben vedere, non esiste nessun altro mammifero che sia provvisto tanto di dita opponibili quanto di narici esterne che, come nell'uomo, permettano tale processo.
Ora, la possibilità di compensare è una condizione indispensabile
per qualsiasi animale che viva nell'acqua, in quanto la pressione
dell'acqua, che aumenta in misura lineare con l'aumentare della
profondità, graverebbe altrimenti sulla membrana timpanica,
determinando una sua introflessione prima e la sua rottura poi.
Possedere questa caratteristica è fondamentale per un animale
acquatico, ma non ha evidentemente alcun senso per un animale
che non si immerga a profondità tali da costituire, a causa della
pressione idrostatica, un pericolo per la membrana timpanica.
Fig. 1
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È opportuno rilevare che i mammiferi maggiormente adattati alla
vita nell'acqua, i quali non possono compensare allo stesso modo
dell'uomo a causa della perdita progressiva dell'arto superiore
( nel quale, trasformato in pinna, le cinque dita sono ridotte a
delle semplici vestigia ), sono in grado di compensare con una
semplice pressione della lingua sul palato. I mammiferi che non
vivono in acqua non sono in grado di compensare, anche perché
dovrebbero risolvere insormontabili problemi di carattere anatomico.
L'uomo è, in una via di mezzo, in grado di compensare grazie ad un
metodo come quello prima accennato, detto "metodo del Valsalva",
sebbene alcuni individui particolarmente dotati siano in grado di
farlo allo stesso modo dei mammiferi marini, esercitando una
semplice pressione della lingua sul palato molle ( "metodo di
Marcante-Odaglia" ).
Se, come è assodato, lo sviluppo individuale ripercorre quelle che sono state le tappe nel cammino evolutivo della propria specie, la straordinaria attitudine all'acqua che hanno i neonati nelle fasi iniziali del loro sviluppo non può che essere un segno dell'analoga attitudine che in passato doveva caratterizzare l'intero genere umano.
E' sorprendente che i neonati nati nei parti "acquatici", praticati per primo dal medico sovietico Igor Tijarkovskij e divenuti in seguito di ordinaria amministrazione in vari centri di tutto il mondo, siano immediatamente in grado di nuotare ed addirittura di trattenere il respiro ed andare sott'acqua. Tali familiarità con l'elemento liquido permangono poi acquisite in tali bambini, mentre i piccoli nati nei tradizionali parti "asciutti" diventeranno uomini che dovranno imparare a nuotare, con tutte le difficoltà del caso.
Qualsiasi mammifero terrestre si avvicina all'acqua, non fosse altro che per abbeverarsi ; molti si bagnano per pulizia o per motivi legati alla termoregolazione ; pochi sono quelli che dimostrano con l'elemento liquido una familiarità tale da permettere loro delle vere e proprie immersioni al fine di procacciarsi il cibo o di utilizzare l'acqua per qualche funzione della loro vita ( ad es. la già ricordata lontra o il macaco del Giappone, che ha imparato a sostare nell'acqua calda delle sorgenti termali per riscaldarsi durante la stagione fredda ) ; probabilmente uno solo è in grado di immergersi fino a profondità tali da rendere possibile un particolarissimo fenomeno conosciuto come "blood-shift". Quel mammifero è l'uomo il quale, in comune con i mammiferi acquatici, sfrutta il singolare privilegio costituito dall'azione della pressione idrostatica delle alte profondità, che, richiamando il sangue arterioso dagli organi periferici in favore degli organi interni, permette una loro maggiore ossigenazione, determinando inoltre una parziale incomprimibilità della cassa toracica. Prima della scoperta dello straordinario meccanismo noto come blood-shift, non furono pochi i medici che nel passato misero in guardia gli apneisti che si contendevano il primato delle profondità, esortandoli a non superare la profondità di 50 metri, oltre la quale avrebbero visto irrimediabilmente la propria cassa toracica collassare, schiacciando i polmoni e determinando la morte. Nessuno poteva prevedere, all'epoca, questa caratteristica così particolare, questa peculiarità che accomuna i soli mammiferi capaci di immersioni alle grandi profondità, questo singolare privilegio concesso esclusivamente ai Cetacei, ai Pinnipedi e … all'Uomo.
Nel secolo scorso il pescatore greco di spugne Haggi Statti, visitato da equipes mediche prima di dare inizio al suo tentativo di immergersi a 77 metri di profondità per recuperare l'ancora incagliata della "Regina Margherita", in superficie si rivelò incapace di trattenere il respiro per un tempo superiore ai 40 secondi, oltre che affetto da una perforazione timpanica e da un enfisema. Quasi a voler contrastare i deludenti risultati di queste verifiche, disse che sott'acqua era diverso, che sott'acqua si sentiva meglio e che all'aumentare della profondità vedeva aumentare di molto i suoi tempi di apnea.
Fu così che diede inizio ai suoi tentativi di recuperare l'ancora e, alla fine di una serie di immersioni protrattesi a profondità vertiginose, riuscì ad assicurare ad una fune l'anello dell'ancora, che poté così essere recuperata dalla nave-appoggio.
Alla base delle conoscenze oggi acquisite, l'incredibile impresa di Haggi Statti è spiegabile con due fenomeni fisici ( oltre che, ovviamente, con le indubbie doti apneistiche del pescatore greco, almeno in profondità ). Il primo è quello già ricordato del blood-shift, mentre il secondo è quello legato all'effetto della pressione idrostatica sulle pressioni parziali dei gas polmonari.
Scontato nella sua formulazione fisica, il fenomeno dell'aumento delle pressioni parziali dei gas polmonari comporta imprevisti risvolti a livello della funzionalità dell'organismo immerso.
Un essere vivente che respira in superficie immette nei polmoni un gas composto approssimativamente per 1/5 di ossigeno ; i restanti 4/5 sono composti in massima parte da azoto, inerte ai fini vitali, ed in misura molto piccola da gas presenti in ridottissime quantità, fra i quali l'anidride carbonica. Il gas necessario alla respirazione è l'ossigeno, che al livello del mare ( alla pressione di 1 atmosfera ) è presente con una pressione parziale di 1/5 di atmosfera ( 0.20 atm ). Scendendo in profondità, malgrado il progressivo ed inevitabile impoverimento di ossigeno dovuto all'attività metabolica, sopraggiunge l'effetto della pressione idrostatica che, comprimendo la cassa toracica, determina un aumento di pressione del gas polmonare. Così - supponendo per semplicità che non vi sia stato alcun consumo di ossigeno - a 10 metri di profondità, alla pressione assoluta di 2 atmosfere ( 1 dovuta alla pressione atmosferica ed 1 dovuta alla pressione della sovrastante colonna d'acqua di 10 metri ), la pressione parziale dell'ossigeno sarà eguale a 0.4 atmosfere ; a 20 metri sarà di 0.6 atmosfere, a 30 sarà di 0.8, ecc. In poche parole, l'effetto della pressione totale sull'organismo determina un aumento della pressione parziale di ognuno dei gas contenuti nei polmoni, e spiega il maggior benessere all'aumentare della profondità, descritto da Haggi Statti ai medici increduli in un'epoca in cui non si aveva la minima idea di tutto ciò.
Ovviamente, il consumo di ossigeno da parte dell'organismo determina una costante diminuzione della sua pressione parziale, ma questa rimane, in profondità, molto a lungo al di sopra della soglia critica di circa 0.07 atm. Tale valore potrebbe essere raggiunto in fase di riemersione da un'apnea prolungata, quando, attraversando strati d'acqua a pressione inferiore, il rischio di sincope da ipossia - con conseguente svenimento e morte per annegamento - aumenta considerevolmente, ma, trovandosi a profondità modeste, un aiuto da un proprio simile può essere risolutivo, oltre che poco impegnativo.
Quello dell'aumento delle pressioni parziali dei gas polmonari è un fenomeno esclusivamente fisico e non, a differenza del blood-shift, fisiologico, per cui si verifica indifferentemente in qualsiasi volume di gas portato in un modo qualunque ad una determinata pressione ; ciò di cui è bene tener però conto è che tale fenomeno si verifica con risultati apprezzabili, a livello metabolico, solamente a profondità che sono appannaggio esclusivo dei mammiferi acquatici più adattati. E, unica strana eccezione, dell'uomo.
Un'altra caratteristica che permette di massimizzare l'impiego dell'ossigeno contenuto nei polmoni è costituita dalle contrazioni diaframmatiche, cui è soggetto ogni essere umano nel corso di un'apnea prolungata. Quando l'ossigeno che perviene alle cellule scende al di sotto di un certo limite, il diaframma si contrae ritmicamente, rimescolando l'aria nei polmoni e facendo pervenire a livello dei loro alveoli nuovo gas non ancora completamente utilizzato. Si tratta di un riflesso involontario - per quanto, entro certi limiti, controllabile - che funge, oltre che come mezzo per accedere alla "riserva" residua di ossigeno contenuta nei nostri polmoni, anche come campanello d'allarme, in quanto indica il pericoloso avvicinamento della soglia limite di ossigeno al disotto della quale il rischio di sincope diventa considerevole.
Che dire poi dello strano riflesso da immersione, un riflesso fisiologico che stimola l'organismo umano ad aumentare i tempi di apnea, non appena il corpo viene immerso nell'acqua ? Al pari delle Balene e dei Capodogli, anche noi tendiamo spontaneamente, da immersi, a ridurre il ritmo cardiaco, il che permette di massimizzare il risparmio di ossigeno.
E' passata davvero tanta acqua sotto i ponti, dai tempi di Haggi Statti, ed oggi vediamo apneisti in possesso di idonea preparazione e di mezzi idonei immergersi e strappare il cartellino dei 150 metri di profondità come se niente fosse, quasi che l'uomo fosse programmato per scendere negli abissi, più ancora che per correre, saltare…
In qualsiasi ambito, fuorché in quello subacqueo, le prestazioni dell'organismo umano risultano deludenti, se paragonate a quelle di qualsiasi animale ; in ambiente sommerso, invece, l'uomo prevale su tutte le altre specie di mammiferi, collocandosi a pieno titolo al fianco di quelli che hanno fatto dell'esistenza in ambiente acquatico la loro caratteristica esclusiva.
Questa straordinaria particolarità permetterebbe di formulare l'ipotesi che la vita in ambiente acquatico abbia contrassegnato la storia del genere umano per un periodo molto lungo, al punto da restare retaggio comune di ogni essere umano dei nostri giorni, dall'aborigeno australiano all'abitante delle favelas brasiliane, dal berbero nordafricano al civilizzato cittadino di Tokio….
Di tale fase, di cui non resta alcuna testimonianza nei reperti paleontologici, sono in realtà piene le mitologie di moltissimi popoli del mondo, che narrano di esseri acquatici molto simili agli esseri umani o persino di "uomini" a tutti gli effetti che, in possesso di straordinarie attitudini alla vita in ambiente sommerso, sono entrati nella leggenda. Così, la leggenda greca di Glauco parla di un mitico pescatore che, dopo aver mangiato un'alga dalle proprietà miracolose, divenne immortale e, divenuto un essere acquatico, fu venerato come un dio marino.
Fig. 2
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Proviene invece dall'Italia meridionale la leggenda di
"Colapesce", che si può riassumere come segue:
<< Cola o Nicola era un ragazzo siciliano ( pugliese per 4 autori
su 25 ) che si dilettava continuamente a sguazzare nel mare, e capace
di resistere un tempo inusitato sott'acqua. La sua figura, non
sempre descritta, sembra essere anfibia, anche se non di vero e
proprio uomo-pesce, perché a volte sono citati piedi e mani palmate.
Un re ( in genere Federico II ) lo vuole mettere alla prova, e lo
incita ad immergersi nei gorghi per la descrizione del mondo
sottomarino. La tentazione di un gioiello in premio ( per lo più
un anello ), gettato in mare, vince le resistenze di Cola, che si
immerge, e torna, raccontando le meraviglie viste. Il re tenta di
nuovo, gettando altri ori, ma questa volta Cola non torna più. >>
( da Massimo Izzi, op. cit,. vol. 3° )
Al pari di altre, la leggenda di Cola potrebbe aver enfatizzato un fenomeno di atavismo eventualmente verificatosi prima del XII secolo ( la tradizione scritta, iniziata probabilmente ad opera del trovatore Raimon Jordan, risale infatti a non oltre il XII secolo ).
Sicuramente degno di nota è il fatto che, stando a cronache anche recenti, in alcune zone gli avvistamenti di esseri acquatici antropomorfi si sarebbero protratti fino a tempi poco meno che contemporanei.
E' stata formulata l'ipotesi che il mito delle sirene sia derivato dal semplice avvistamento, da parte dei marinai delle navi impegnate nei viaggi di esplorazione, di esseri viventi all'epoca sconosciuti, come Dugonghi e Lamantini, che sarebbero riemersi dalle acque con una "capigliatura", costituita da alghe galleggianti, che li avrebbe resi vagamente simili agli esseri umani. E' ovvio che il mito delle sirene di Ulisse rimane escluso da questa ipotesi, visto che i suoi viaggi non si svolsero nell'areale di detti Sirenidi ; la Foca del Mediterraneo, la Foca monaca, sicuramente ben conosciuta dai suoi marinai, difficilmente potrebbe essere stata la causa di una svista così grossolana ( mancando inoltre, nel Mare Nostrum, alghe che formano delle comunità galleggianti ). Se l'esistenza in epoche passate, lungo le coste sovietiche orientali, della Ritina di Steller, un gigantesco Sirenide estinto in tempi recenti, potrebbe essere invocata a giustificare un'analoga leggenda lungo le coste del mar di Bering, cosa dire delle popolazioni stanziate nelle sconfinate vastità della Siberia, le quali pure riportano di esseri acquatici antropomorfi che avrebbero abitato le acque dei gelidi fiumi della regione ? I popoli slavi hanno infatti lasciato una molteplicità di resoconti in tal senso.
La tabella che segue, necessariamente incompleta, riporta i nomi con cui erano conosciute presso i vari popoli le diverse entità descritte come simili agli esseri umani ma viventi in ambiente acquatico. Come si vede, si tratta di una tradizione che ha caratterizzato località diversissime ed anche molto lontane le une dalle altre, come non mancano zone in cui la caratteristica della vita in ambiente acquatico è attribuita ad una molteplicità di esseri anche diversi fra loro ( è il caso, ad es. della Grecia, del Marocco, del Brasile e del Madagascar ), fatto questo che indurrebbe a spezzare una lancia a favore dell'autenticità della tradizione.
| Nome dell'individuo o della popolazione "acquatica" |
Località o popolo depositario della tradizione |
| Acheloos | Grecia |
| Aicha kandicha | Marocco |
| Angalapona | Madagascar |
| Apkallus | Mesopotamia |
| Bachue | Colombia |
| Bunyip | Aborigeni australiani |
| Catao | Filippine |
| Glaucos | Grecia |
| Haqwe | Boscimani |
| Harun | Marocco |
| Iemanjà | Brasile |
| Ipupiara | Brasile |
| Kalanoro | Madagascar |
| Kalopaling | Eschimesi |
| Likanaja e marrajka | Aborigeni australiani |
| Mokorea | Polinesia |
| Mounou | Senegal |
| Nereus | Grecia |
| Ndriambarivano | Madagascar |
| Njai blorong | Giava |
| Oannes | Mesopotamia |
| Oiarà | Brasile |
| Olokun | Nigeria |
| Orehu | Guiana |
| Qaluneq | Eschimesi |
| Qandisa | Marocco |
| Roussalka | Popoli slavi |
| Sansandryi | Senegal |
| Sedna | Eschimesi |
| Sirene | Regioni mediterranee |
| Tangaroa | Polinesia |
| Tikoloshe | Africa meridionale |
| Tinirau | Polinesia |
| Tritoni | Grecia |
| Uissuit | Eschimesi |
| Vodianoi | Popoli slavi |
| Woadd el-uma | Sudan |
| Yemaja | Alto Volta |
<< Moi, j'évolue de façon régressive >> ( René Laurenceau )
Se le ipotesi fatte fossero verificate, si rileverebbe nell'evoluzione dell'uomo un carattere peculiare, in quanto, mentre tutti i mammiferi marini hanno effettuato un riavvicinamento all'ambiente acquatico, l'uomo, unica specie, sarebbe passato attraverso questa fase per poi tornare nuovamente in ambiente terrestre. Senza per questo rinunciare ad una "eredità" costituita da innumerevoli adattamenti alla vita nell'acqua, una reliquia pressoché inalterata che ci portiamo dietro, inconsapevoli, in qualsiasi momento della nostra giornata.
BIBLIOGRAFIA
M.Barberini, O.Martinelli, C.Menotti, E.Milan - Manuale Federale per i Corsi di Immersione - FIAS, Milano 1999.
P. Casanova, A.Capaccioli, L.Cellini - Appunti di zoologia venatoria e gestione della selvaggina - Edizioni Polistampa, Firenze 1993.
Bernard Heuvelmans, Boris Porchnev - L'homme de Neanderthal est toujours vivant - Ed. Plon, Paris, 1974.
Massimo Izzi - Dizionario dei mostri - L'Airone editrice, Roma 1997.
René Laurenceau - Nègres blancs - Bipedia n° 22, Gennaio 2004.
Jacques Mayol - Homo delphinus - Ed. Martello, Milano 1979.
Erik Sidenbladh - Nascere nell'acqua - Ed. red, Como 1988.
Alberto Simonetta - Ecologia - Universale Scientifica Boringhieri, Torino 1975.
par Sandro D'ALESSANDRO
traduction : Marinella Crapanzano
" Mais les dauphins n'ont pas oublié qu'ils ont été des hommes et même dans leur esprit inconscient,
ils en gardent le souvenir "
(OPPIAN)
Ce serait une assertion sans fondement d'affirmer que l'homme n'est pas un mammifère terrestre : mais il faut remarquer que dans l'anatomie et dans la physiologie des êtres humains, des caractéristiques existent qui font de lui un mammifère terrestre vraiment " sui generis ".
A une observation attentive, en effet, n'échappent pas des incohérences qui s'accordent mal avec une existence supposée avoir toujours été " terricole " de l'être humain, car il y a toute une série de corrélations qui relient de façon très évidente l'homme au milieu aquatique, des corrélations qu'il n'est pas possible de retrouver chez d'autres mammifères, quand ils ne sont pas nettement aquatiques.
La plus remarquable de ces caractéristiques est probablement l'absence d'un pelage touffu, absence qu'on relève parmi les Mammifères qui ont lié leur existence à l'habitat aquatique : telle est le cas des Cétacés, des Sirénidés ainsi que des éléphants ( étroitement apparentés aux deux premiers groupes cités ), et des hippopotames ; dans les deux derniers cas il s'agit de pachydermes typiquement terrestres, mais qui ne peuvent survivre que peu de temps, s'il n'y a pas aux alentours des bassins, dans les eaux desquels ils doivent se plonger fréquemment.
D'autre part il faut dire que les Mammifères très grands ont moins besoin que les autres d'une fourrure parce que leurs dimensions les protégent du froid.
Une loi de l'écologie, connue comme "règle de Bergman", en effet soutient que, du moment que le volume d'un corps ( donc même celui d'un animal ) est une fonction cubique, sa surface, quant à elle, est une fonction carrée. En rapport avec sa masse corporelle, un animal de grandes dimensions a une surface extérieure moins importante qu'un animal de petites dimensions.
Comme la zone de contact avec l'habitat extérieur, c'est justement sa surface externe, un Mammifère de grandes dimensions peut donc mieux supporter les basses températures. Pour cette raison, de grands animaux n'ont pas la même nécessité que les animaux plus petits de se protéger des températures extérieures cela explique encore les plus grandes dimensions des animaux qui vivent dans des climats plus froids. Mais, même si cette argumentation pourrait être invoquée pour expliquer l'absence de fourrure chez les pachydermes et chez les grands Cétacés, il est évident qu'elle n'explique pas pourquoi même les Cétacés plus petits ( dauphins, sténelles, inies, etc ) et les Sirénidés en sont également dépourvus.
L'explication de l'absence de la fourrure est de tout autre type, du moins pour les Cétacés et les Sirénidés. D'autant plus que la forme de leur corps n'est en aucune façon assimilable à une sphère, fondement essentiel pour l'application de la règle de Bergman : leur forme allongée tend, plutôt, à augmenter la surface de contact avec l'habitat extérieur.
Au cours de leurs adaptations morphologiques extérieures, ces animaux ont privilégié, en effet, une plus grande hydrodynamique, au détriment d'un calorifugeage optimal qui est assuré, par contre, par la présence d'une épaisse couche de graisse sous-cutanée.
Au sujet de l'homme, l'absence de duvet touffu, semble être un fait négatif de nature à créer des problèmes à sa survivance même : elle se révèle, en réalité, désavantageuse au point de vue de la thermorégulation, si l'on considère que l'homme doit recourir à des vêtements de types différents, incluant la fourrure des animaux, pour se protéger du froid. En effet il paraît vraiment incohérent que l'évolution de l'espèce humaine ait provoqué la perte d'une caractéristique qui a révélé son utilité et sa fonctionnalité, même chez les mammifères vivant dans des milieux caractérisés par des amplitudes limitées de température !
Effectivement, si l'on n'envisage pas la possibilité que, dans un stade déterminé de son évolution, l'espèce humaine ait subi des adaptations sensiblement différentes de celles qu'on lui attribue communément, il semble difficile de trouver une explication valable à cet étrange processus évolutif.
A côté des avantages incontestables et évidents qu'elle apporte, une fourrure touffue provoque chez l'animal une certaine difficulté d'avancement dans la nage, à cause d'un plus grand frottement. Pour cela, la réduction du duvet chez les Mammifères est d'autant plus grande que meilleure est l'adaptation à l'élément aquatique.
Estimée, sans doute, de grande valeur, tout en étant bien fournie et très fonctionnelle pour protéger l'animal du froid, la fourrure de la loutre est très compacte ; ce qui permet de réduire la résistance à la nage sous l'eau, à côté d'autres espèces de Mustélidés qui n'ont aucune affinité avec le milieu aquatique ( par exemple la martre ou la fouine ), en passant par d'autres espèces de mieux en mieux adaptées, ( comme par exemple le putois ) la loutre révèle les meilleures adaptations de son genre et, encore, elle est en Europe le mammifère terrestre qui mieux que les autres s'est adapté à vivre dans un milieu aquatique. Des adaptations qui restent pourtant à un niveau inférieur par rapport à celles d'autres groupes de Mammifères.
Même chez les Mustélidés les plus "aquatiques", par exemple, on ne remarque pas la tendance à l'élimination du duvet, élimination qui a lieu au contraire chez les Mammifères mieux adaptés à vivre dans l'eau. Cela pourrait être expliqué par l'habitat où ces animaux vivent. Une première observation concerne les profondeurs opérationnelles relativement modestes aussi dans le cas de la loutre de mer : tandis que Phocidés et Odobénidés peuvent atteindre des centaines de mètres de profondeur, là où les pressions considérables gênent beaucoup le mouvement de n'importe quel corps immergé, aux loutres de mer il suffit de savoir plonger à quelques mètres de profondeur, les abysses n'existant pas dans leur habitat. Une autre observation concerne soit le même habitat qui ne peut prévoir une spécialisation excessive, soit le milieu aquatique, du moment que, si trop poussée, la spécialisation pourrait limiter la capacité de l'animal à échapper aux prédateurs dans le milieu terrestre.
D'autre part, selon la règle de Bergman, les petites dimensions de l'espèce, toutes seules, déconseilleraient la perte où la réduction du duvet.
Chez les phoques et chez les otaries, sans doute plus adaptées que les loutres à vivre dans un milieu aquatique, la fourrure, encore présente, est réduite et aidée par une épaisse couche de graisse sous-cutanée, ayant la fonction de protéger l'animal des froids intenses. Chez les morses, dont la fourrure est moins fournie que chez les espèces envisagées précédemment, la fonction d'isolant thermique semble assignée presque exclusivement au seul pannicule adipeux. Pourtant, à part les animaux suivants : pachydermes, Cétacés et Sirénidés, les seuls mammifères complètement dépourvus de fourrure se réduisent… à l'homme.
Peut-être cela réside-t-il dans le fait, digne d'intérêt, que, comme ces catégories d'animaux, l'homme aussi présente une certaine tendance à accumuler de la graisse sous-cutanée ?
Autre caractéristique physiologique qui lie l'homme à l'eau, c'est la possibilité de compenser la pression hydrostatique extérieure avec la pression intérieure par une simple pression du pouce et de l'index. Les deux doigts, opposables, peuvent boucher le nez, permettant, après un procédé d'expiration forcée, l'égalisation au niveau du tympan de la pression hydrostatique intérieure de l'air. A bien examiner, il n'existe pas d'autre mammifère pourvu de tant de doigts opposables que de narines extérieures qui, comme l'homme, puisse se permettre un tel procédé.
Or, la possibilité de compenser, c'est une condition indispensable pour tout animal qui vit dans l'eau parce que la pression de l'eau, qui augmente de façon linéaire avec la profondeur, chargerait la membrane du tympan et provoquerait d'abord son repliement vers l'intérieur, puis sa rupture.
Il est absolument nécessaire à un animal aquatique de posséder cette caractéristique, mais évidemment elle n'a pas de sens pour un animal qui ne plonge pas à de telles profondeurs, si dangereuses pour la membrane du tympan, à cause de la pression hydrostatique. Il est opportun de remarquer que les mammifères les mieux adaptés à la vie dans l'eau ne peuvent compenser de la même façon que l'homme, à cause de la perte progressive du membre supérieur ( transformé en nageoire en même temps que les cinq doigts sont réduits à de simples vestiges ) ; néanmoins ils sont en état de compenser par une simple pression de la langue sur le palais.
Les mammifères qui ne vivent pas dans l'eau ne peuvent compenser car ils devraient en outre résoudre des problèmes anatomiques insurmontables.
L'homme est presque en mesure de compenser, grâce à une méthode semblable à celle déjà esquissée, appelée "méthode du Valsalva", bien que des individus particulièrement doués soient capables de le faire de la même manière que les mammifères marins, en faisant une simple pression de la langue sur le palais mou ( méthode Marcante-Odaglia ).
Si, comme il est démontré, le développement individuel repasse par les étapes de la marche évolutive de sa propre espèce, la disposition extraordinaire pour l'eau qu'ont les nouveau-nés dans les phases initiales de leur croissance, ne peut qu'être un signe de la même disposition qui devait caractériser, dans le passé, tout le genre humain.
Il est étonnant que les bébés, nés avec l'accouchement sous l'eau, ( pratiqué pour la première fois par le médecin soviétique Igor Tijarkovskij et devenu par la suite habituel dans plusieurs villes dans le monde entier ) soient immédiatement capables de nager, et aussi de retenir leur souffle, et d'aller et venir sous l'eau. Ces familiarités avec l'élément liquide restent acquises chez ces enfants, tandis que les enfants nés d'accouchements "secs" traditionnels, deviendront des adultes qui devront apprendre à nager, avec toutes les difficultés qui s'y rattachent.
Tout mammifère terrestre s'approche de l'eau au moins pour s'abreuver ; plusieurs se baignent pour se laver, ou pour des raisons liées à la thermorégulation ; mais peu sont les mammifères qui montrent avec l'élément liquide une familiarité qui leur permette de véritables plongées pour se procurer la nourriture, ou d'utiliser l'eau pour des fonctions vitales ( par exemple la loutre, dont on a parlé, ou le macaque du Japon qui a appris à rester dans l'eau chaude des sources thermales pour se réchauffer pendant la saison froide ) : Il n'y en a probablement qu'un en état de plonger jusqu'à de telles profondeurs qui peuvent rendre possible un phénomène très particulier : le " blood-shift ". Ce mammifère, c'est l'homme qui, avec les mammifères aquatiques bénéficie du privilège singulier de la pression hydrostatique des grandes profondeurs, laquelle, en attirant le sang artériel des organes périphériques vers les organes internes, permet une meilleure oxygénation de ceux-ci, et provoque, en outre, une incompressibilité partielle de la cage thoracique. Avant la découverte de l'extraordinaire mécanisme du " blood-shift ", dans le passé, plusieurs médecins mirent en garde les plongeurs qui se disputaient le record des profondeurs, les exhortant à ne pas dépasser 50 mètres de profondeur, au-delà desquels leur cage thoracique subirait un collapsus, ce qui écraserait les poumons et causerait la mort.
Personne ne pouvait prévoir, à l'époque, cette caractéristique si particulière qu'ont seulement en commun les mammifères capables de plonger jusqu'aux grandes profondeurs ; personne ne savait prévoir ce privilège unique accordé exclusivement aux Cétacés, aux Pinnipèdes et à … l'homme. Au siècle passé, le pêcheur d'éponges grec Haggi Statti, a été examiné par des équipes de médecins avant de commencer sa tentative pour plonger à 77 mètres de profondeur, et récupérer l'ancre coincée de la " Regina Margherita ". A la surface, il se révéla incapable de retenir son souffle pendant plus de 40 secondes, et fut également victime d'une perforation du tympan et d'un emphysème. Comme s'il voulait contester les résultats décevants de ces contrôles, il affirma que sous l'eau tout était différent ; que sous l'eau il se sentait mieux et que, au fur et à mesure que la profondeur augmentait, il voyait s'accroître de beaucoup son temps d'apnée. C'est ainsi qu'il commença ses tentatives pour récupérer l'ancre et, à la fin d'une série de plongées à des profondeurs vertigineuses, il parvint à assurer au moyen d'une corde la cigale de l'ancre, qui put ainsi être récupérée par le ravitailleur.
Sur la base des connaissances acquises, la performance incroyable de Haggi Statti peut être expliquée par deux phénomènes physiques ( outre les qualités indubitables du pêcheur grec, dans ces profondeurs ).
Le premier est celui du blood-shift, dont on a parlé plus haut, tandis que l'autre est lié à l'effet de la pression hydrostatique sur les pressions partielles des gaz pulmonaires. Clair et prévisible dans sa formulation physique, le phénomène de l'accroissement des pressions partielles des gaz pulmonaires entraîne des aspects imprévus au niveau de la fonctionnalité de l'organisme immergé.
Un être qui respire à la surface insuffle dans ses poumons un gaz composé approximativement d'1/5 d'oxygène ; les 4/5 restants sont composés en majorité d'azote inerte, et en quantités très petites de gaz présents en proportions très réduites, parmi lesquels l'anhydride carbonique. Le gaz nécessaire à la respiration est l'oxygène, qui au niveau de la mer ( à la pression d'une atmosphère ) est présent avec une pression partielle de 1/5 d'atmosphère ( 0,20 atmosphères ). Malgré l'appauvrissement progressif et inévitable en oxygène dû à l'activité métabolique, quand on descend en profondeur, survient l'effet de la pression hydrostatique qui, en comprimant la cage thoracique, provoque l'augmentation de la pression du gaz pulmonaire. Supposant ainsi pour simplifier qu'il n'y a eu aucune dépense d'oxygène à 10 mètres de profondeur, à la pression absolue de 2 atmosphères ( 1 due à la pression atmosphérique et 1 à la pression de la colonne de 10 mètres d'eau située au-dessus ) la pression partielle de l'oxygène sera de 0.4 atmosphères ; à 20 mètres. elle sera de 0.6 atmosphères, à 30 mètres de 0.8 atmosphères, etc. En quelques mots, l'effet de la pression totale sur l'organisme provoque une augmentation de la pression partielle de chacun des gaz contenus dans les poumons, et explique le plus grand bien-être, quand la profondeur augmente, comme Haggi Statti disait aux médecins incrédules, à une époque où l'on n'avait pas la moindre idée de tout cela.
Evidemment l'utilisation d'oxygène par l'organisme provoque une diminution constante de sa pression partielle, mais elle reste, en profondeur, pendant longtemps au-dessus du seuil critique de 0.07 atmosphères environ. Une telle valeur pourrait être atteinte en phase de remontée à la surface d'une apnée prolongée quand le risque d'une syncope par hypoxie, suivie d'évanouissement et de mort par noyade, s'accroît considérablement, si l'on traverse des couches d'eau à une pression inférieure ; mais si l'on est à des profondeurs modestes, un secours prêté par quelqu'un peut être décisif et peu contraignant.
L'augmentation des pressions partielles des gaz pulmonaires est un phénomène exclusivement physique, non physiologique, contrairement au blood-shift. Donc il se produit indifféremment dans n'importe quel volume de gaz apporté, quelle que soit la manière, pour une pression donnée ; mais il faut néanmoins tenir compte qu'un tel phénomène se vérifie avec des résultats remarquables, au niveau métabolique, seulement à des profondeurs qui sont l' "apanage" exclusif des mammifères aquatiques les mieux adaptés. Avec l'étrange et unique exception … de l'homme !
Une autre caractéristique qui permet de maximaliser l'utilisation de l'oxygène contenu dans les poumons, c'est celle qui est représentée par les contractions diaphragmatiques, auxquelles est sujet chaque être humain au cours d'une apnée prolongée. Quand l'oxygène, parvenant aux cellules descend au-delà d'une certaine limite, le diaphragme se contracte rythmiquement remuant l'air dans les poumons, et faisant arriver au niveau de leurs alvéoles du gaz nouveau, pas encore complètement utilisé. Il s'agit d'un réflexe involontaire - mais contrôlable dans une certaine mesure - qui sert de voie pour accéder à la "réserve" résiduelle d'oxygène contenue dans les poumons, et même comme sonnette d'alarme parce qu'il révèle l'approche dangereuse du seuil limite d'oxygène au-dessous duquel le risque d'une syncope devient considérable.
Que dire d'autre part de l'étrange réflexe de plongée, un réflexe physiologique qui stimule l'organisme humain à prolonger les temps d'apnée dès que le corps est immergé dans l'eau ? Comme les Baleines et les Cachalots nous aussi tendons spontanément à réduire le rythme cardiaque, et cela permet de maximaliser l'économie sur la consommation d'oxygène, quand nous sommes immergés.
Désormais l'époque de Haggi Statti, c'est de l'histoire ancienne. Aujourd'hui on voit des apnéistes ayant une formation et des moyens appropriés, plonger et arracher l'étiquette des 150 mètres de profondeur sans trop forcer, comme si l'homme était plus programmé pour descendre dans les abysses, que pour courir, sauter…
Dans tous les domaines, sauf dans le sous-marin, les performances de l'organisme humain sont décevantes, si on les compare à celles de n'importe quel autre animal ; dans un milieu submergé au contraire, l'homme l'emporte sur toutes les autres espèces de mammifères, s'installant à juste titre aux côtés de ceux qui ont fait de leur existence dans le milieu aquatique leur caractéristique exclusive.
Cette particularité extraordinaire nous permet de formuler l'hypothèse que la vie en milieu aquatique aurait caractérisé l'histoire du genre humain pendant une période très longue, au point qu'elle est restée l'héritage commun à chaque être humain de nos jours, de l'aborigène australien à l'habitant des "favelas" du Brésil, du Berbère nord-africain au citoyen civilisé de Tokyo…
Aucun témoin fossile de cette phase n'est resté dans les pièces paléontologiques ; Mais les mythologies de plusieurs peuples sont remplies de ces témoignages ; elles parlent d'êtres aquatiques très semblables aux êtres humains, ou même d' "hommes" possédant des dispositions extraordinaires pour vivre dans un milieu sous-marin, qui sont entrés dans la légende. Ainsi la légende grecque de Glaucos parle d'un pêcheur mythique qui ayant mangé une algue aux propriétés miraculeuses, devint immortel et, transformé en être aquatique, fut vénéré comme l'un des dieux de la mer. Tandis qu'il y a, dans l'Italie du Sud, la légende de "Colapesce". On peut la résumer ainsi : " Cola ou Nicolas était un garçon sicilien ( originaire des Pouilles pour 4 écrivains sur 25 ) qui se délectait à patauger continuellement dans la mer, et capable de rester pendant un temps extraordinaire sous l'eau. Sa silhouette, pas toujours décrite, semble être amphibie, mais pas celle d'un véritable " homme-poisson " même si, parfois, l'on cite des pieds et des mains palmés.
Un roi ( généralement Frédéric II ) veut le mettre à l'épreuve et l'incite à plonger
dans les gouffres pour décrire le milieu sous-marin. La tentation d'un bijou en récompense ( en général une bague jetée
à la mer ), vainc les résistances de Cola, qui plonge et revient, racontant les merveilles vues. Le roi le tente encore en jetant
d'autres bijoux, mais cette fois-ci Cola ne remontera plus. "
(Tiré de Massimo Izzi œuvre cit. tome III )
Comme les autres, la légende de Cola pourrait avoir exagéré un phénomène d'atavisme qui a pu se manifester juste avant le XII siècle ( la tradition écrite, initiée probablement par le Troubadour Raimond Jordan, ne remonte en effet pas au delà du XII siècle ).
S'en tenant aussi à des chroniques récentes, dignes d'intérêt, c'est sûrement le fait que dans quelques zones, les observations d'êtres aquatiques se seraient produits jusqu'à des temps presque contemporains.
On a formulé l'hypothèse que le mythe des Sirènes dérivait du simple témoignage par des marins, engagés dans des voyages d'exploration ; c'étaient peut-être des êtres vivants méconnus à cette époque-là : tels les Dugongs et les Lamantins, lesquels seraient montés à la surface des eaux avec une "chevelure" d'algues flottantes qui les rendait vaguement semblables à des êtres humains. Il est évident que le mythe des Sirènes d'Ulysse est exclu de cette hypothèse, du moment que ces voyages ne s'effectuèrent pas dans les zones d'habitat des Sirénidés que nous venons de citer ; le phoque de la Méditerranée, le phoque-moine bien connu sûrement de ces marins, aurait était difficilement la cause d'une méprise aussi grossière. Par ailleurs, en mer Méditerranée, il n'y a pas d'algues formant des colonies flottantes. Si aux époques passées, l'existence de la "Rhytine de Steller" ( un Sirénidé gigantesque disparu en des temps récents ) pouvait venir justifier une légende analogue le long des côtes de la mer de Béring, que dire des peuples établis dans les immenses étendues de la Sibérie, qui parlent d'êtres aquatiques anthropomorphes qui auraient habité les eaux glaciales des fleuves de la région ? Les peuples slaves ont laissé une multitude de comptes-rendus allant dans ce sens. Le tableau suivant, nécessairement incomplet, présente les noms sous lesquels étaient connus, chez diverses populations, les entités semblables aux êtres humains, mais vivant dans le milieu aquatique. Comme on le voit, il s'agit d'une tradition qui a marqué des lieux très différents, et aussi très éloignés les uns les autres. Et il y aussi des endroits où le caractère d'une vie aquatique est attribué à plusieurs êtres différents ( par exemple, en Grèce, au Maroc, au Brésil ou à Madagascar ), ce qui plaide tout à fait en faveur de l'authenticité des traditions.
| Nom de l'individu ou de la population "aquatique" |
Localité ou peuple dépositaire de la |
| Acheloos | Grèce |
| Aicha kandicha | Maroc |
| Angalapona | Madagascar |
| Apkallus | Mésopotamie |
| Bachue | Colombie |
| Bunyip | Aborigènes australiens |
| Catao | Philippines |
| Glaucos | Grèce |
| Haqwe | Bushmen |
| Harun | Maroc |
| Iemanjà | Brésil |
| Ipupiara | Brésil |
| Kalanoro | Madagascar |
| Kalopaling | Esquimaux |
| Likanaja e marrajka | Aborigènes australiens |
| Mokorea | Polynésie |
| Mounou | Sénégal |
| Nereus | Grèce |
| Ndriambarivano | Madagascar |
| Njai blorong | Java |
| Oannes | Mésopotamie |
| Oiarà | Brésil |
| Olokun | Nigeria |
| Orehu | Guyana |
| Qaluneq | Esquimaux |
| Qandisa | Maroc |
| Roussalka | Peuples slaves |
| Sansandryi | Sénégal |
| Sedna | Esquimaux |
| Sirene | Régions méditerranéennes |
| Tangaroa | Polynésie |
| Tikoloshe | Afrique méridionale |
| Tinirau | Polynésie |
| Tritoni | Grèce |
| Uissuit | Esquimaux |
| Vodianoi | Peuples slaves |
| Woadd el-uma | Soudan |
| Yemaja | Burkina Faso |
<< Moi, j'évolue de façon régressive >> ( René Laurenceau )
Si ces hypothèses sont vérifiables, l'évolution de l'homme relèverait d'un caractère particulier, parce que, alors que tous les mammifères marins sont devenus aquatiques et le sont restés, l'homme, unique cas de ce genre, serait passé par cette même phase pour revenir, après, vers le milieu terrestre.
Sans pour autant renoncer à cet " héritage ", fait de nombreuses adaptations à la vie sous l'eau : un vestige presque inaltéré qu'inconsciemment nous gardons au fond de nous-mêmes, à chaque moment de notre existence.
BIBLIOGRAPHIE
M.Barberini, O.Martinelli, C.Menotti, E.Milan - Manuale Federale per i Corsi di Immersione - FIAS, Milan 1999.
P. Casanova, A.Capaccioli, L.Cellini - Appunti di zoologia venatoria e gestione della selvaggina - Edizioni Polistampa, Florence 1993.
Bernard Heuvelmans, Boris Porchnev - L'homme de Néanderthal est toujours vivant - Ed. Plon, Paris, 1974.
Massimo Izzi - Dizionario dei mostri - L'Airone editrice, Rome 1997.
René Laurenceau - Nègres blancs - Bipedia n° 22, janvier 2004.
Jacques Mayol - Homo delphinus - Ed. Martello, Milan 1979.
Erik Sidenbladh - Nascere nell'acqua - Ed. red, Como 1988.
Alberto Simonetta - Ecologia - Universale Scientifica Boringhieri, Turin 1975.
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De Robert DUMONT

En 1804 fut publiée la première monographie en langue française consacrée à la Cétologie :
" Histoire Naturelle des Cétacées " de Lacépède.
Il ne s'agit pas d'une coquille ; Lacépède écrit bien "Cétacée" avec un "e" muet terminal, bien qu'il emploie le terme
au masculin.
En 1756 le naturaliste français Mathurin-Jacques Brisson avait créé le nom scientifique "Cetacea", qui fut tout
naturellement transposé dans le langage courant en "Cétacée".
Il fut employé durant quelques décennies avec son "e" terminal, avant d'acquérir son libellé définitif qui était déjà
en vigueur lorsque Lacépède publia son livre ; mais Lacépède, en homme du XVIIIème siècle respectueux des vieilles traditions,
choisit de conserver l'ancienne mouture.
Dans sa première édition, "Histoire Naturelle des Cétacées" comptait 34 espèces.
En 1818, Abel de Rémusat, membre de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres et conservateur
des manuscrits orientaux à la Bibliothèque Royale, rapportait d'un voyage au Japon une série d'estampes cétologiques dont il fit don
au Museum d'Histoire Naturelle de Paris.
A partir de ces estampes, Lacépède rédigea une "Note sur les Cétacées des mers voisines du Japon",
dont il fit lecture le 21 septembre 1818 à l'Académie Royale des Sciences.
Cette note décrivait brièvement 8 espèces de plus, et fut incorporée sous forme d'addendum dans les rééditions
de "Histoire Naturelle des Cétacées" postérieures à 1818, portant ainsi à 42 le nombre d'espèces citées.
Est-ce à dire que 38 espèces auraient été découvertes et enregistrées depuis 1818, et qu'il suffirait de les
ajouter aux 42 décrites par Lacépède pour obtenir les quelques 80 espèces déterminées par la Cétologie contemporaine ?
Les choses sont loin d'être aussi simples, essentiellement pour trois raisons :
Après avoir passé au crible "Histoire Naturelle des Cétacées" ( réédition de 1839 ) et avoir comparé la systématique de Lacépède aux quelques 80 espèces aujourd'hui référencées, je suis arrivé aux conclusions que sur les 42 espèces totalisées à compter de 1818 :
Mentionné initialement au XVIIème siècle par le naturaliste écossais Robert Sibbald, l'un des fondateurs de la Cétologie, et signalé depuis à plusieurs reprises aux alentours des îles Shetland, ce Cétacé a reçu le nom de baptême provisoire de Physeter tursio.
*
* *
"Histoire Naturelle des Cétacées" est divisé en deux parties : "Cétacées sans dents"
et "Cétacées à dents" ; répartition qui s'inspire du naturaliste anglais John Ray, qui fut le premier à la proposer dans son maître livre
en deux volumes "Synopsis methodica", ouvrage qui fait de son auteur un précurseur du grand Linné.
A l'orée du XIXème siècle les termes "Mysticètes" et "Odontocètes" n'existaient pas encore ; ils devaient être
créés respectivement en 1864 et en 1867 par le zoologiste anglais William Henry Flower, qui en 1883 leur adjoindra celui de "Archéocètes",
réunissant diverses familles connues exclusivement à l'état fossile.
Le chapitre 2 de la seconde partie du livre de Lacépède est consacré aux Cachalots, dont l'auteur
distingue 9 espèces :
Les espèces 1 à 8 figurent dans l'édition originale ; la 9 fait partie de l'addendum rédigé d'après les estampes
rapportées par Abel de Rémusat, et n'est donc citée que dans les rééditions postérieures à 1818.
Les cinq premières espèces correspondent toutes au seul grand Cachalot répertorié par la Zoologie,
"Physeter catodon" ; la démultiplication s'expliquant par des différences individuelles liées à l'âge et au sexe, ainsi
qu'à la "personnalité" des individus observés.
Les quatre dernières espèces se rapportent au grand Cachalot à nageoire dorsale qui, comme nous le verrons plus loin, peut être considéré comme se répartissant en deux sous-espèces ; les 6, 7 et 8 correspondant à la forme de l'Atlantique, la 9 à celle du Pacifique.
Avant de poursuivre, il convient de ne pas perdre de vue :
Que ce grand Cachalot à nageoire dorsale ne saurait représenter une forme géante de Kogia breviceps ou de Kogia simus, tous deux pourvus d'une dorsale.
Deux particularités physiologiques s'y opposent : en premier lieu le rapport
de proportion tête/corps qui, chez les Physetères de Lacépède, est identique à celui de Physeter catodon ; ensuite et surtout l'évent
situé en position terminale à l'extrémité de la mâchoire supérieure, caractéristique que Physeter catodon ne partage avec aucun autre
Cétacé vivant, dûment répertorié.
Enfin rappelons pour mémoire que les Cachalots appartenant au genre Kogia étaient inconnus
de la science à l'époque où Lacépède publia son livre. Ils ne devaient entrer dans la nomenclature scientifique, K.breviceps qu'en 1838,
et K.simus qu'en 1866.
*
* *
Le premier grand Cachalot à nageoire dorsale dont parle Lacépède est le Physetère microps.
Et dans les mœurs qu'il lui prête s'immisce l'une de ces confusions, si fréquentes dans les écrits des auteurs
anciens consacrés aux grands animaux marins : l'amalgame de la physiologie d'une espèce et de l'éthologie d'une autre.
Car la partie du texte, qui traite de l'agression des Baleines par le Physetère microps, ne s'applique pas
au Cachalot mais à l'Orque.
On remarquera d'ailleurs que dans ce passage Lacépède fait référence aux mêmes textes anciens et use
des mêmes comparaisons mythologiques, que lorsqu'il décrit le comportement du "Dauphin orque" et du "Dauphin gladiateur", lesquels
procèdent d'un cas de dédoublement d'espèce ( plus fréquent encore que celui de l'amalgame ), en l'occurrence Orcinus orca.
Il est probable que cette confusion résulte de témoignages d'observateurs ayant pris pour des nageoires
dorsales de Physetère, des dorsales d'Orque qui chez les mâles atteignent parfois deux mètres de hauteur.
Car, dans la partie du texte consacrée à la description purement physiologique, rien ne rappelle l'Orque,
et tout au contraire désigne le Cachalot : la taille excédant 20 mètres, les proportions colossales de la tête, l'évent situé
en position terminale, la conformation des mâchoires dont seule l'inférieure est dentée.
Cette confusion avec l'Orque n'invalide donc en rien l'existence du grand Cachalot à nageoire dorsale,
mais demandait néanmoins à être soulignée.
*
* *
Voyons maintenant plus en détail les trois Physetères mentionnés dès l'édition de 1804, en laissant provisoirement
de côté le "sillonné", décrit en 1818 d'après les estampes japonaises.
Il semble tout d'abord que microps, orthodon et mular ne constituent pas trois espèces distinctes,
mais ressortissent tous trois d'une même espèce, et que nous soyons une fois de plus en présence d'un phénomène de démultiplication
reposant sur des différences individuelles.
Dès lors, que peut-on dire de ce grand Cétacé que Lacépède appelle "Physetère", et qui bien entendu
n'a strictement rien à voir avec le Physetère des auteurs de l'Antiquité et de la Renaissance ?
On peut en dire en premier lieu :
En revanche à aucun moment Lacépède ne mentionne l'ambre gris à propos des Physetères, alors qu'il en parle longuement lorsqu'il traite des grands Cachalots sans dorsales.
*
* *
Voyons maintenant ce qui physiologiquement différencie les Physetères de Lacépède de Physeter catodon ; trois particularités : la taille, la nageoire dorsale, les bosses.
La taille est donc évaluée entre 23 et 33 mètres, et même davantage. Il faut bien entendu tenir compte
de la tendance à l'exagération propre aux écrivains zoologistes des siècles passés, mais elle n'explique pas tout.
En premier lieu une longueur de 23 à 33 mètres, pour n'être pas courante, se rencontre néanmoins dans le monde
des Cétacés. Les Rorquals communs de l'hémisphère sud atteignent 25 et parfois 27 mètres, les plus grands Rorquals bleus excèdent 33 mètres.
Ce sont toutefois des Mysticètes ; or, à l'encontre, les ouvrages de Cétologie indiquent pour le plus
grand des Odontocètes ( Physeter catodon ), une taille pour les mâles ( nettement plus puissants
que les femelles ) allant de 15 à 20 mètres.
Sans doute, mais ces dimensions valent pour les Cachalots "actuels" ; car tout porte à croire
qu'au XVIIIème et au XIXème siècles les Cachalots atteignaient des dimensions inusitées de nos jours.
Cela est attesté non seulement par les rapports des capitaines baleiniers des siècles passés, mais également
par la taille des mâchoires inférieures conservées dans nos musées.
Mario Ruspoli le confirme dans son livre "A la recherche du Cachalot" ( Editions de Paris-1955 )
et avance que c'est très probablement la chasse intensive faite aux Cachalots qui empêche les mâles d'atteindre leur plein développement.
En second lieu il est possible que ces tailles de 33 mètres et plus prêtées aux Physetères,
résultent ( tout au moins dans certains cas ) de confusions entre les grands Cachalots à nageoire dorsale et un autre grand
Cétacé encore plus mystérieux. Je reviendrai sur ce point un peu plus loin.
*
* *
La différence essentielle entre les Physetères de Lacépède et Physeter catodon n'est toutefois pas la taille, mais la nageoire dorsale.
A propos du microps, Lacépède écrit :
" La nageoire du dos est droite, haute, est assez pointue pour être assimilée à un long aiguillon ".
Et à propos du mular :
" La nageoire qui s'élève sur le dos de ce Physetère est si droite, si pointue et si longue, que Sibbald et d'autres auteurs l'ont
comparée à un mât de navire, et ont dit qu'elle paraissait au-dessus du corps du mular comme un mât de misaine au-dessus d'un vaisseau. "
Lacépède n'indique rien de particulier au sujet de la dorsale de l'orthodon.
Il ne précise pas non plus quelle situation occupe la dorsale sur l'échine des Physetères en général.
Mais les informations qu'il donne à propos des bosses nous renseignent indirectement sur la position de la dorsale, et conduisent à conclure
qu'elle se situe approximativement à mi-longueur du corps.
Cette nageoire haute et droite, comparée tour à tour à un aiguillon et à un mât de navire, se rapproche
de la dorsale des Orques mâles plus que de celle de tout autre Cétacé.
Or nous savons que chez certaines Orques la dorsale peut atteindre deux mètres de hauteur. Si le rapport
de proportion dorsale/corps est analogue chez les Orques et chez les Physetères de Lacépède, il faudrait envisager pour ces derniers
des dorsales dépassant quatre mètres de hauteur.
Qu'une telle structure, dépourvue de toute armature osseuse, puisse tenir à la verticale, paraît évidemment
invraisemblable. Mais la Nature nous a déjà si souvent confrontés à des phénomènes qui, pour incroyables qu'ils fussent, n'en existent
pas moins, qu'il semble plus sage de tempérer notre scepticisme.
*
* *
Voyons maintenant une autre particularité des Physetères de Lacépède, qui me paraît aussi caractéristique
que la nageoire dorsale ; je veux parler des bosses.
Et commençons par dire quelques mots des bosses dans le monde des Cétacés ; et par nous débarrasser
d'une erreur. On a parlé à tort de "bosse frontale". Il s'agit en fait du "melon", cet organe propre à tous les Odontocètes,
qui atteint parfois un développement spectaculaire chez les vieux mâles de Beluga, de Globicéphale et surtout d'Hyperoodon.
Mais ce phénomène n'a rien à voir avec les véritables bosses.
Chez la Baleine grise et le grand Cachalot, qui sont tous deux dépourvus de nageoire dorsale, une crête
s'étend sur le dernier tiers du dos, formant des ondulations de plus en plus faibles au fur et à mesure qu'elles se rapprochent de la queue.
Ces ondulations suggèrent une succession de petites bosses ; ce qui a valu à la Baleine
grise le surnom de "Baleine à six bosses" et, sous la plume de Lacépède la dénomination de "Baleine bossue".
Chez le grand Cachalot la première de ces ondulations est parfois si développée qu'elle évoque une faible nageoire.
Parmi les multiples surnoms dont est affublé le Mégaptère, le plus populaire est celui de "Baleine à bosse".
Ce sobriquet ne fait pas allusion aux diverses protubérances réparties sur ( et sous ) la tête, ainsi que le long du bord
d'attaque des palettes natatoires ; mais à une excroissance charnue, située devant la dorsale, et qui saille lorsque l'animal
s'arque pour sonder.
Chez certains Mégaptères la dorsale est si peu développée qu'elle se trouve totalement enfouie
dans la bosse ; chez d'autres il arrive que le pédoncule caudal porte une succession de petites bosses comparables à celles
des Baleines grises.
En fait les variations individuelles sont telles chez plusieurs espèces de grands Cétacés que certains auteurs
ont énoncé qu'il n'existe pas deux individus exactement semblables ; c'est notamment l'opinion de Paul Budker ( "Baleines
et baleiniers" - Horizons de France-1957 ).
Ces variations, comme indiqué plus haut, sont bien entendu liées à l'âge et au sexe, mais aussi à la "personnalité"
de chaque Cétacé. Et c'est en grande partie sans doute en raison de la méconnaissance de ce facteur, que Lacépède a multiplié les
espèces, au point de décrire trois fois la Baleine grise, quatre fois le Mégaptère et cinq fois le grand Cachalot.
Les Cétacés à bosse les plus caractéristiques sont évidemment les Dauphins à bosse du genre Sousa. Deux espèces
sont actuellement déterminées : le Dauphin à bosse de l'Indo-Pacifique ( Sousa chinensis ) et le Dauphin à bosse
de l'Atlantique ( Sousa teuzii ).
L'espèce Sousa chinensis se subdivise en trois sous-espèces :
Seuls les représentants de la deuxième et de la troisième sous-espèce portent une bosse. Ceux de la première en
sont dépourvus et leur silhouette ressemble fort à celle du grand Dauphin ( Tursiops truncatus ).
L'espèce de l'Atlantique ( Sousa teuzii ) n'est pas subdivisée en sous-espèces et tous
ses représentants sont bossus.
Chez les deux espèces les jeunes viennent au monde sans bosse ; celle-ci n'apparaît qu'à l'âge adulte.
Contrairement à celle du Mégaptère, la bosse est bien visible en toutes circonstances, et non uniquement
durant le mouvement amorçant la plongée. Relativement volumineuse et plus longue que haute, elle peut occuper jusqu'à un tiers
de la longueur du dos.
Elle peut se situer exactement au milieu du dos et se trouver surmontée par la nageoire dorsale ;
mais elle peut aussi occuper une position plus avancée jusqu'à précéder la nageoire dorsale.
Tous les intermédiaires existant entre les deux formules et compte tenu de la propension des Cétacés aux
variations individuelles, on peut dire qu'il n'existe pas deux Dauphins à bosse qui soient exactement bossus de la même façon.
*
* *
Après ce "tour d'horizon des bosses" chez les Cétacés dûment nomenclaturés, voyons ce que Lacépède nous dit à propos des bosses de ses Physetères.
En ce qui concerne l'orthodon, nous lisons :
" Une bosse très haute s'élève sur la partie antérieure du dos, à une certaine distance de la nageoire dorsale ".
Et, s'agissant du mular :
" Indépendamment de cette nageoire dorsale si élevée, on voit sur le dos et au-delà de cette éminence, trois bosses, dont la première
a souvent un demi-mètre de hauteur, la seconde près de deux décimètres, et la troisième un décimètre. "
Lacépède ne parle pas de bosse à propos du microps. Si l'on prend le texte au pied de la lettre, on pourrait
évidemment arguer que nous sommes bien en présence de trois espèces distinctes, dont la première ( le microps )
se caractérise par l'absence de bosse, la deuxième ( l'orthodon ) par une bosse située entre la tête et la nageoire dorsale,
et la troisième ( le mular ) par trois bosses s'échelonnant en diminuant de hauteur entre la nageoire dorsale et la caudale.
Sans perdre de vue l'éventualité sinon de trois espèces à part entière, tout au moins de trois sous-espèces,
on peut également avancer que, compte tenu de l'importance des variations individuelles chez les Cétacés, les trois Physetères de Lacépède
ressortissent néanmoins d'une seule et même espèce.
Nous avons vu que certains Dauphins à bosse n'ont en fait pas de bosse et que, chez ceux qui en sont pourvus,
cette bosse non seulement n'apparaît que lorsque l'animal devient adulte, mais qu'en outre elle est susceptible d'occuper une situation variable.
Nous avons vu également que les ondulations de la crête dorsale sont d'une part plus ou moins accentuées ainsi
que d'un aspect inconstant chez le grand Cachalot et la Baleine grise, d'autre part que certains Mégaptères en sont pourvus alors que
d'autres n'en ont pas.
De même que chez les Physetères de Lacépède la forme et la hauteur de la nageoire dorsale doivent varier
chez chaque individu ( exactement comme chez les Orques ), de même la dimension des bosses, leur situation et leur nombre
doivent aussi varier de façon individuelle.
Il est possible que certains Cachalots à nageoire dorsale soient dépourvus de bosse, comme en sont dépourvus les
Dauphins à bosse ressortissant de la sous-espèce Sousa chinensis chinensis.
Il est également possible que, de même que chez les Dauphins à bosse, les bosses des Physetères ne
se développent qu'à compter d'un certain âge. Souvenons-nous à ce propos que Lacépède ne parle pas de bosse au sujet du microps,
dont il donne pour taille 23 à 24 mètres ; alors qu'il en parle en ce qui concerne l'orthodon et le mular auxquels il prête des longueurs
de 33 mètres.
Serait-il donc envisageable que seuls les plus imposants Cachalots à nageoire dorsale soient bossus ?
En dernier lieu les bosses pourraient relever d'un dimorphisme sexuel et être l'apanage des mâles,
au même titre que sont l'apanage des mâles la tête phénoménale de Physeter catodon ou le développement excessif du melon
chez les Globicéphales et les Hyperoodons.
*
* *
Abordons à présent un autre aspect du problème, brièvement évoqué précédemment : certains
signalements de Cachalots à nageoire dorsale de très grande taille pourraient-ils résulter d'une confusion avec un autre Cétacé ?
Je fais évidemment allusion au Multi-bosses, déterminé par Bernard Heuvelmans, qui outre son chapelet
de bosses est doté d'une nageoire dorsale. Car, bien que la majorité des observations relatives à cet animal se situent dans les
eaux littorales de la Côte ouest des Etats-Unis, quelques-unes ont été relevées dans les parages de l'Islande et des Orcades.
Heuvelmans écrit à propos du Multi-bosses :
" La taille oscille entre 18 et 30 mètres et doit approcher exceptionnellement les 35 mètres " ;
soit des dimensions tout à fait comparables à celles des Physetères de Lacépède.
Le Multi-bosses est très probablement un Archéocète attardé, et doit en conséquence présenter une
silhouette analogue à celle à laquelle ont abouti les reconstitutions de Zeuglodon.
Donc en principe rien à voir avec la structure compacte du grand Cachalot.
Toutefois, compte-tenu du phénomène d'étirement que souligne également Heuvelmans et auquel
sont soumis les plus grands Cétacés, un Cachalot de 33 mètres serait inévitablement plus élancé qu'un Cachalot qui n'en ferait que 18.
Et sa silhouette corporelle se rapprocherait davantage de celle des plus grands Rorquals, voire des plus grands Archéocètes,
même si sa tête pour des raisons spécifiques demeurait relativement massive.
Si de telles confusions ont eu lieu, elles ont pu bien entendu se produire dans les deux sens. Il est bien
possible en revanche qu'elles ne se soient jamais produites ; mais on ne saurait a priori en rejeter totalement l'éventualité.
Peut-être l'aspect le plus déconcertant du problème que pose le grand Cachalot à nageoire dorsale, tient-il
au fait qu'au XVIIIème siècle il semblait parfaitement connu.
Selon Lacépède, il était chassé par les baleiniers du nord de l'Europe et du Groenland, au même titre que le
grand Cachalot sans dorsale et, comme ce dernier, il était fournisseur de spermaceti.
De plus sa chair était consommée par les peuples septentrionaux comme celle des Baleines franches.
Enfin il n'était pas plus épargné que les autres Cétacés par les échouages individuels ou collectifs. Lacépède
rapporte qu'en décembre 1723 une troupe comptant 17 Physetères microps s'échoua dans l'embouchure de l'Elbe, et que, vues
de loin, leurs nageoires dorsales hautes et droites furent confondues avec les mâts d'une flottille de pêche.
*
* *
Certaines des estampes, rapportées du Japon par Abel de Rémusat en 1818, représentaient un grand Cachalot à nageoire dorsale. Et, dans sa "Note sur les Cétacées des mers voisines du Japon", Lacépède écrit :
|
" Les Physetères diffèrent des baleines et des baleinoptères par les dents qui garnissent leurs mâchoires, et leur nageoire dorsale les distingue des cachalots et des physales qui n'ont pas de nageoire sur le dos. Le physetère du Japon, auquel nous donnons le nom de sillonné, a de chaque côté de la mâchoire inférieure six plis ou sillons inclinés ; la longueur de la tête est égale à un tiers de la longueur totale ; l'évent est placé au-dessus de l'extrémité de l'ouverture de la bouche ; la nageoire dorsale conique et recourbée en arrière, s'élève au-dessus des pectorales qu'elle égale presque en longueur ; les dents pointues et droites garnissent l'extrémité de la mâchoire inférieure ; la couleur générale est noire. Les mâchoires et les nageoires sont bordées de blanc. " |
On pourrait s'étonner au premier abord que Lacépède ait baptisé cette espèce "Physetère sillonné" plutôt
que "Physetère des mers du Japon". Car la présence de sillons jugulaires courts et peu profonds ( sans rapport avec les sillons
ventraux des Rorquals et des Mégaptères ) n'a rien d'exceptionnel chez les Cétacés. On en compte entre 10 et 40 chez le grand
Cachalot sans dorsale, entre 2 et 4 chez la Baleine grise, 2 chez la Baleine pygmée ainsi que chez la plupart des Ziphiidés.
Mais n'oublions pas qu'à l'époque de Lacépède, si la chasse à la Baleine comptait déjà des siècles d'existence,
la Cétologie n'en était qu'à ses balbutiements.
Cela dit, il serait du plus haut intérêt de pouvoir voir ces estampes qui doivent être enfouies dans les archives
du Museum et oubliées de tous.
En premier lieu parce que l'art animalier japonais est admirable. Maurice Genevoix n'a-t-il pas écrit :
" Le Japon a toujours eu d'excellents animaliers ". Et l'on peut se demander quelles furent les pensées de Lacépède
devant ces illustrations d'une facture à laquelle un œil occidental était si peu accoutumé.
Ensuite parce que deux des huit Cétacés représentés ne sont pas identifiables à partir de la seule description
de Lacépède ; mais au vu des estampes, peut-être pourraient-ils l'être à la lumière des connaissances de la Cétologie
contemporaine. Et s'ils ne l'étaient pas, cela signifierait qu'il reste deux espèces de plus à découvrir, ou à redécouvrir.
Dans " La Planète des Baleines " ( Robert Laffont-1986 ) de Cousteau et Paccalet,
figure la reproduction d'une estampe représentant le Cachalot à nageoire dorsale des mers du Japon.
Cette illustration n'est probablement pas empruntée à la série rapportée par Abel de Rémusat. D'une part parce
qu'on ne distingue aucun de ces sillons sur la mâchoire inférieure qui inspirèrent à Lacépède le nom de "Physetère sillonné" ;
d'autre part parce que l'animal porte à l'emplacement exact de l'évent une protubérance évoquant un broussin sur le tronc d'un érable.
Or Lacépède, avec sa méticulosité habituelle, n'aurait sûrement pas manqué de signaler cette particularité,
si elle avait figuré sur les estampes qu'il a eues sous les yeux.
Cela dit, la nageoire dorsale est bien telle que Lacépède la décrit : à l'aplomb des palettes natatoires,
triangulaire et incurvée en arrière, et ressemblant assez à celle d'un requin.
La silhouette et les proportions correspondent à celles de Physeter catodon, dont on obtiendrait une représentation
reconnaissable au premier coup d'œil, en gommant la bosse et la dorsale, et en raccourcissant les palettes natatoires.
*
* *
Au vu de ce qui précède, pourrait-on établir une diagnose du grand Cachalot à nageoire dorsale.
On peut tout au moins le tenter :
NOM SCIENTIFIQUE : Physeter tursio
ASPECT : semblable à Physeter catodon, exception faite de la nageoire dorsale et des bosses. Ces dernières pouvant
se situer sur n'importe quelle partie du dos et même sur la tête, et pouvant relever de l'âge ou d'un dimorphisme sexuel, car certains individus
n'en portent pas.
TAILLE : entre 20 et 30 mètres, peut-être davantage.
BIOTOPE : entre 55 et 75 degrés de latitude nord dans l'Atlantique ; entre 30 et 55 degrés de latitude nord dans le Pacifique.
SYSTEMATIQUE : très probablement deux sous-espèces : l'une propre à l'Atlantique, l'autre au Pacifique, se différenciant
en priorité par la forme et la hauteur de la nageoire dorsale.
Chez la sous-espèce propre à l'Atlantique, la dorsale se situe approximativement au milieu du dos. Verticale, étroite et probablement
d'une hauteur de 3 à 4 mètres, elle a été comparée à un mât de misaine.
Chez la sous-espèce propre au Pacifique, la dorsale occupe une position plus avancée. Incomparablement plus basse que chez la
sous-espèce précédente, elle est triangulaire, incurvée en arrière et rappelle, aussi bien par sa forme que par son rapport de proportion
avec la taille de l'animal, celle des Lagénorhynques ou du Grampus.
Les deux sous-espèces diffèrent également par les dimensions des palettes natatoires, nettement plus longues chez la sous-espèce
du Pacifique que chez celle de l'Atlantique.
On peut rapprocher ce phénomène de celui qui constitue l'une des divergences entre le Globicéphale noir et le Globicéphale tropical.
SPECULATIONS : Dans l'état actuel de nos connaissances ( ou plutôt de notre ignorance ) il paraît plus sage
de parler de deux sous-espèces. Mais peut-être s'agit-il de deux espèces à part entière ; et si c'était le cas, peut-être "l'espèce"
propre à l'Atlantique compterait-elle plusieurs sous-espèces.
ADDENDUM 1
Comme celui de nombreux grands animaux marins, le nom de "Physetère" recouvrit au cours des temps plusieurs acceptions.
Nous avons vu que Lacépède l'emploie exclusivement pour désigner le grand Cachalot à nageoire
dorsale ; mais il n'en fut pas toujours ainsi.
Le texte le plus ancien dans lequel nous le rencontrons est le chapitre IX-III de l'Histoire Naturelle de Pline,
où nous lisons :
" Les plus grands animaux dans la mer de l'Inde sont le priste et la baleine ; dans l'Océan des Gaules c'est le physetère, qui se dresse comme une énorme colonne, et qui, plus élevé que les voiles des navires, rejette une énorme quantité d'eau. " |
Comme l'a démontré Bernard Heuvelmans dans "Le Grand Serpent-de-Mer", le mot "Physetère" chez les auteurs
anciens ne désignait pas le grand Cachalot ( avec ou sans dorsale ) mais plus probablement à la fois le Long-cou et le Cheval-marin.
Par parenthèse, mes recherches personnelles m'ont amené à la conviction que, dans l'œuvre de Pline,
c'est le grand Cachalot qui est désigné sous le nom de "priste" ; en lequel on a voulu voir le Poisson-scie.
Et j'ai rencontré dans cette démarche un allié de poids, en la personne du très érudit Emile Littré qui,
dans sa traduction de l'Histoire Naturelle, note : " On traduit souvent pristis par scie ; mais il n'est pas sûr que ce
soit là l'interprétation de ce mot. "
Le mot "Physetère" a sombré dans les ondes de l'oubli durant des siècles, et je ne l'ai rencontré chez aucun
des auteurs de Bestiaires Médiévaux, même pas sous la plume du plus savant d'entre eux, Albert le Grand ( * ).
Mais il faut croire que la Bête était douée d'une durée d'immersion hors du commun, car elle refit surface à la
Renaissance, coup sur coup sous la plume de Rabelais en 1552 dans " Le Quart Livre ", et sous celle d'Olaüs Magnus en 1555
dans " Historia de gentibus septentrionalibus ".
La description qu'en donne le père de Gargantua ( si tant est qu'on puisse parler de description )
consiste en un joyeux mélange empruntant à la fois à Pline, au Léviathan du " Livre de Job " et à divers monstres marins issus
de la mythologie grecque.
C'est sans importance : nonobstant son érudition, Rabelais n'est pas lu comme un auteur scientifique.
En revanche, Olaüs Magnus commet l'une de ces bourdes, qui se révélèrent si néfastes pour la Zoologie tout
au long de son histoire, en amalgamant deux espèces animales distinctes. Transposant dans les mers du nord la grande faune que Pline
situait dans les eaux chaudes et tempérées, il fait du Priste et du Physetère un seul et même animal. Les bévues de cette nature ont
en général pour conséquence la perte en route de l'une des deux espèces ; ce qui fut d'ailleurs le cas.
Au XVIIIème siècle, persuadé comme tout un chacun que le priste de Pline était le Poisson-scie, le grand Linné,
d'ordinaire mieux inspiré, utilise le terme "Physetère" pour le baptême scientifique du grand Cachalot sans dorsale.
Ce dernier, après s'être appelé longtemps Physeter macrocephalus selon l'édition de 1766
du Systema Naturae, redevint Physeter catodon, en reprenant le nom scientifique qui lui avait été attribué dans l'édition
de 1758, lorsque cette édition ( la dixième ) fut considérée comme la Bible de la systématique et que fut instaurée la loi
de priorité ; pour le meilleur et pour le pire.
Contrairement à Buffon, qui détestait Linné et ne voulait entendre parler ni de systématique ni de nomenclature
binominale, Lacépède, comme Cuvier, avait parfaitement compris quels outils incomparables le génial botaniste suédois avait apportés
aux sciences naturelles en fondant ces deux disciplines. Et, contrairement à Buffon, il les utilisa.
Lacépède, on l'a vu, distinguait 9 espèces de grands Cachalots qu'il répartissait en 3 genres. Et pour chacune
d'entre elles il établit une nomenclature binominale en la dotant d'un nom scientifique.
Pour ce faire, il piocha dans le Systema Naturae comme dans un jeu de cartes qu'il redistribuait à
sa façon. Une telle attitude, qui nous paraît si désinvolte, était monnaie courante à une époque où les sciences naturelles n'avaient pas
encore été uniformisées ni codifiées, et où les libertés autant que les contraintes des auteurs attachés au Museum, n'avaient rien à voir
avec celles de leurs homologues d'aujourd'hui.
Dans " Histoire Naturelle des Cétacées ", la systématique des cachalots s'établit de la façon suivante :
| 1 | Cachalot macrocéphale | Catodon macrocephalus |
| 2 | Cachalot trumpo | Catodon trumpo |
| 3 | Cachalot svineval | Catodon svineval |
| 4 | Cachalot blanchâtre | Catodon albicans |
| 5 | Physale cylindrique | Physalus cylindricus |
| 6 | Physetère microps | Physeter microps |
| 7 | Physetère orthodon | Physeter orthodon |
| 8 | Physetère mular | Physeter mular |
| 9 | Physetère sillonné | Physeterus sulcatus |
Pour la petite histoire, notons que les grands Cachalots à nageoire dorsale de l'Atlantique se différencient de celui du Pacifique au niveau du genre ; puisque les trois premiers sont Physeter, alors que le quatrième est Physeterus.
| (*) | Je parle bien du " mot ", soit du nom donné à l'animal et pas de l'animal lui-même.
|
ADDENDUM 2
Abel, Jean, Pierre de Rémusat ( 1788-1832 ), qui offrit au Museum les estampes de Cétologie rapportées
du Japon, était un personnage hors du commun, de la même veine que sera plus tard Littré, et comme on en rencontre tant lorsqu'on fouille l'histoire
des sciences.
Sinologue et médecin, passionné de botanique, il avait appris la langue de Confucius dans le but de lire un herbier
chinois que lui avait confié un autre érudit hors du commun qui d'antiquaire était devenu prêtre ; l'abbé Charles Philippe Campion
de Tersan ( 1736-1819 ).
Abel de Rémusat publia en 1811 un " Essai sur la langue et la littérature chinoises ". Et, durant la
seconde moitié de sa brève existence, il se consacra presque exclusivement à la sinologie, dont il devint en France l'un des rénovateurs.
Nommé professeur au Collège de France en 1814, membre de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres
en 1815, il fut en 1822 l'un des cofondateurs de la Société Asiatique et devint en 1824 conservateur des manuscrits orientaux à la Bibliothèque Royale.
Parmi ses multiples écrits les plus célèbres sont " Recherches historiques sur la médecine
chinoise ", " Eléments de la grammaire chinoise ", " Recherches sur les langues tartares ",
auxquels il faut ajouter un ouvrage d'astronomie asiatique " Uranographie mongole " et une " Histoire
du bouddhisme " publiée post mortem.
On demeure stupéfait devant une telle somme d'érudition et l'on se demande jusqu'où aurait pu aller cette
production si la mort n'avait fauché Abel de Rémusat à l'âge de 44 ans, victime de l'épidémie de choléra qui, en cette même année 1832,
devait également emporter Cuvier.
Lacépède les avait précédés de 7 ans, victime de l'épidémie de variole qui frappa Paris en 1825, et
contre laquelle ( selon l'historien des sciences, Louis Roule ) il n'avait pris aucune précaution, négligeant même de se faire
vacciner, parce que persuadé qu'il était immunisé.
CAHIER ICONOGRAPHIQUE
1. Physetère microps d'après le texte de Lacépède |
2. Physetère orthodon d'après le texte de Lacépède |
3. Physetère mular d'après le texte de Lacépède |
4. Comparaison entre le Physetère mular de Lacépède |
5. Physetère sillonné d'après le texte de Lacépède |
6. Grand Cachalot à nageoire dorsale du Pacifique |
7. Variation de la bosse chez le dauphin à bosse de l'Indo-Pacifique |
Les illustrations 1, 2, 3, et 5 ont été réalisées en suivant scrupuleusement le texte de Lacépède.
La seule initiative que je me suis autorisée en dessinant les Physetères, a consisté à déplacer l'évent sur le côté gauche de la tête, comme c'est le cas chez Physeter catodon ( Lacépède ne précisant rien à ce sujet ).
|
|
||
par Robert DUMONT

Lorsque j'appris la publication de la monographie de Pascal Cazottes, je confesse que ma première réaction fut :
un livre de plus sur la Bête du Gévaudan ; à quoi bon ? J'en ai déjà une demi-douzaine.
Je me trompais, et je fais amende honorable.
Durant l'été 2004, l'un de mes amis, de passage dans l'Aveyron, fut reçu chez Pascal Cazottes qui lui dédicaça un
exemplaire de son livre.
A son retour, mon ami a insisté pour me prêter cet exemplaire ; et il a été fort bien inspiré.
Lorsque je l'ai ouvert, le livre m'est apparu d'emblée placé sous les meilleurs auspices, puisque préfacé
par François de Sarre, avec qui j'échange depuis plusieurs années une fructueuse relation épistolaire.
Je l'ai lu d'une traite et, dès le lendemain, mon premier soin a été de m'en procurer un exemplaire "à moi", qui a
pris place dans ma bibliothèque aux côtés des monographies sur le même sujet signées Jacques Delperrie de Bayac, Xavier Pic,
Gérard Ménatory, Félix Buffière et Michel Louis.
*
* *
L'affaire de la Bête du Gévaudan se révèle particulièrement complexe, et l'on peut la traiter de diverses façons.
Sans pour autant négliger aucun des multiples aspects du problème, Pascal Cazottes a choisi de privilégier
une tentative d'identification de la Bête ; et il a, dans cette optique, recherché et analysé d'autres affaires analogues auxquelles il
consacre un chapitre intitulé "Les Sœurs de la Bête".
Ce faisant, il a œuvré autant en cryptozoologue qu'en chroniqueur ; ce qui n'est le propre d'aucun
de ses prédécesseurs.
Il cite une quinzaine de cas de Bêtes Mystérieuses, s'échelonnant en France sur un peu plus de deux siècles
( de 1606 à 1817 ) ; alors que Jean-Jacques Barloy n'en cite que quatre et Gérard Ménatory, Félix Buffière
et Jean-Paul Ronecker seulement trois.
On imagine quel labeur long et fastidieux doit représenter cette "Piste des Bêtes Ignorées" poursuivie à travers
des méandres d'archives ; et combien il doit être frustrant de constater qu'au cours des siècles maints documents ont été détruits.
Mais en même temps on demeure rêveur, en pensant que ces Bêtes Mystérieuses, qui sporadiquement ont
semé l'épouvante dans nos campagnes, ne se sont sûrement pas manifestées qu'en France, et qu'elles ont dû également laisser des traces
dans les archives d'autres pays d'Europe ; même si, là encore, une partie de la documentation se trouve irrémédiablement perdue.
Il convient ici d'ouvrir une parenthèse pour dire quelques mots du Livre de Michel Louis, qui cite neuf périodes
s'échelonnant en France de 1421 à 1879, au cours desquelles des prédateurs solitaires ou grégaires se seraient, selon les chroniques,
livrés à l'anthropophagie.
Seules trois de ces périodes figurent sur la liste établie par Pascal Cazottes. Si paradoxale qu'elle puisse paraître
au premier abord, cette divergence s'explique aisément, car les deux auteurs ne se sont pas fixé le même objectif.
Certes tous deux racontent l'histoire de la Bête du Gévaudan, mais Pascal Cazottes vise à démontrer l'existence
d'un grand prédateur inconnu ; il n'a donc retenu que les cas dont les rapports font état de similitudes physiologiques
ou comportementales avec la Bête du Gévaudan.
Alors que l'un des buts que poursuit Michel Louis est la réhabilitation des loups ; comme il l'annonce
sans détour dans sa préface et comme l'indique le sous-titre de son livre : "L'innocence des loups".
Il était donc logique que les deux auteurs n'aient pas été interpellés par les mêmes évènements.

*
* *
L'affaire de la Bête du Gévaudan se présente moins comme une énigme que comme une mosaïque d'énigmes, dont
chacune conduit à un thème de réflexion.
Il est flagrant que, sur le nombre de victimes ( plus de 100 même en ne considérant que les estimations les
plus restrictives ), certaines ne sont pas imputables à la Bête elle-même. Les hommes étant ce qu'ils sont, il est inévitable que, lorsque
sévit un "tueur en série" ( qu'il soit humain ou animal ), d'aucuns profitent de la circonstance pour régler un compte personnel,
avec la quasi-certitude que ledit tueur endossera sans problème quelques meurtres de plus.
Il semble également que, durant ces sanglants évènements, se soit manifesté un personnage plus ou moins "déguisé"
en animal.
Le 11 août 1765 la Bête attaque Marie-Jeanne Vallet, servante du curé de Paulhac. Notons au passage que pour
ce faire, la Bête se dresse sur ses membres postérieurs. Sans perdre son sang-froid, Marie-Jeanne Vallet lui allonge un coup de baïonnette
en plein poitrail. La Bête pousse un cri déchirant et porte l'une de ses pattes antérieures à sa blessure.
A-t-on jamais vu un quadrupède accomplir un tel geste ?
Et que penser des bergers Antoine Pichot et Pierre Blanc qui prétendaient se livrer avec la Bête à des parties
de pancrace ?
Le 6 janvier 1765 deux femmes, se rendant des Escures à Fournels, sont abordées par un homme dont les vêtements
crasseux et l'extrême pilosité leur cause une grande inquiétude.
Le 25 avril 1767 ce sont quatre femmes qui à proximité de Servilange font une rencontre analogue
et remarquent également l'état de saleté et l'extrême pilosité de l'homme qui les aborde.
Durant une nuit, que Pourcher ne date pas mais qui se situerait en mai 1767, un homme nu et couvert
de poils se mue en animal sous les yeux d'un certain Pailleyre, qui éprouva en la circonstance une terreur dont il eut grande difficulté à se remettre.
Dans son live "La Bête qui mangeait le monde", Xavier Pic réfute ces trois épisodes qu'il tient pour fables.
Et s'ils comportaient une part de vérité ?
Pailleyre décrit comme ayant le corps couvert de poils cet homme qui lui causa une telle frayeur et en lequel il a
cru reconnaître Antoine Chastel.
Faisons abstraction de la métamorphose en animal, et demandons-nous si Pailleyre n'a pas véritablement vu
Antoine Chastel se baignant dans un ruisseau au clair de lune ; et si, comme d'aucuns l'ont avancé, cet homme velu qui causa
à deux reprises une extrême inquiétude à des femmes, n'était autre qu'Antoine Chastel.
Et ne perdons pas de vue non plus qu'aussi bien le 6 janvier 1765 que le 25 avril 1767, la Bête avait été
signalée dans les parages de la rencontre.
Antoine Chastel passait pour appartenir à une famille de sorciers, pour être lycanthrope et meneur de loups ;
on lui attribuait également maintes aventures picaresques vécues dans sa jeunesse, dont un séjour en Afrique du Nord où, racontait-on, il aurait
été castré.
Alors, en vertu du proverbe selon lequel "On ne prête qu'aux riches", demandons-nous si Antoine Chastel
n'était pas par surcroît atteint d'hypertrichose, d'hirsutisme comme on disait autrefois.
L'hypertrichose peut ne pas être totale. On connaît des cas où elle envahit le visage, le cou et les épaules
mais pas le reste du corps. Elle peut à l'inverse ne toucher qu'une partie du corps ; voire envahir le corps tout entier mais non le visage
où elle ne se manifestera que par une surabondance de la barbe et des cheveux.
Atteint d'hypertrichose corporelle, Antoine Chastel n'aurait eu qu'à s'affubler d'un masque bestial ( du type
de ceux qui sont portés au cours des festivités païennes de Solstice ) pour se donner l'apparence d'un animal.
Mon argumentation est quelque peu tirée par les cheveux ( ou par les poils ) mais dans
une affaire où tant d'éléments s'additionnent, s'entrecroisent et s'interpénètrent je pense que rien ne doit être négligé.
*
* *
L'hypothèse proposée par Pascal Cazottes conduit à un autre thème de réflexion : si tous les témoignages
s'accordent à désigner un agresseur appartenant à une seule et même espèce animale, il est tout à fait plausible que toutes les attaques
n'aient pas été le fait d'un même individu.
Durant certaines périodes, probablement assez brèves, deux Bêtes ont pu agir en même temps ;
ce qui expliquerait le don d'ubiquité prêté à la Bête, susceptible de se manifester presque au même moment, à des lieues de distance.
Relevons par exemple l'agression du 22 avril 1765. La Bête attaque deux jeunes bergers, mais elle est repoussée
par un solide gaillard armé d'une hache. Elle prend la fuite et on la voit rejoindre une autre Bête plus petite qui, à son arrivée, lui flaire la gueule
et lui lèche les lèvres.
Contrairement au loup et au renard, la Bête du Gévaudan devait appartenir à une espèce peu répandue. Il devait
également s'agir d'une espèce de mœurs solitaires, comme les ours et la plupart des félins.
Mais, si rare que soit un grand prédateur, il ne pousse pas comme un champignon. Il a forcément eu des
géniteurs ; ce qui implique l'existence ne serait-ce que de micro-populations.
En outre tout Mammifère prédateur solitaire vit en couple pendant quelques jours, à l'époque du rut.
Et la Bête du Gévaudan a dû à deux ou trois reprises rencontrer une partenaire, au cours des trois années
durant lesquelles elle perpétra ses ravages. Je dis "une" partenaire car nous savons que la Bête était un mâle.
*
* *
Faut-il conclure que l'on ne devrait pas dire "la" Bête du Gévaudan, mais "les" Bêtes du Gévaudan ?
Je ne le pense pas, et ce pour trois raisons.
Tout d'abord parce que la présence concomitante de deux Bêtes ne s'est vraisemblablement produite que durant
des périodes fort brèves, et tout au plus deux ou trois fois au cours des trois années concernées.
Ensuite parceque l'on se heurterait au fait historique incontournable ; à savoir que les meurtres ont cessé
à compter du 19 juin 1767, date à laquelle Jean Chastel a abattu "la" Bête, c'est-à-dire "un seul" animal.
En dernier lieu parcequ'au fil des temps la Bête du Gévaudan est devenue un mythe ; et les mythes
ont pour particularité d'être inébranlables.
Or cette dimension mythique, la Bête la tient pour une bonne part de son unicité.
Par un phénomène de mythification inhérent à notre nature et si profondément enraciné dans notre psyché
qu'il prend le pas sur le rationnel, nous la rêvons unique cette Bête dotée de pouvoirs démoniaques, capable à elle seule de répandre l'épouvante
sur un territoire couvrant la superficie de trois départements ; de surgir partout en même temps ; d'éviter tous les pièges ;
d'échapper à toutes les battues ; de déjouer des armées de chasseurs et de rabatteurs ( 20.000 hommes pour la seule traque
du 7 février 1765 et près de 40.000 pour celle du 11 ) ; de tenir en échec tous les envoyés du roi ; pour finir par être
abattue par un seul homme, foudroyée d'une seule balle ; une balle moulée dans le plomb d'une médaille mariale et bénie
par l'abbé Prolhac archiprêtre de Mende.
Il y a dans l'histoire racontée de cette façon une dimension hiératique qu'il serait sacrilège de déflorer. La Bête
doit rester unique, comme furent uniques, en quelque sorte tirés à un seul exemplaire, les monstres de la Fable vaincus par les héros
et par les chevaliers.
Donc respectons le mythe et continuons à parler de "la" Bête du Gévaudan.
Mais l'on peut être passionné à la fois par la Mythologie et la Zoologie et, selon l'optique de cette dernière
discipline, avancer que sporadiquement et, comme indiqué plus haut, durant de très brèves périodes, deux Bêtes oeuvraient en même temps.
Si l'on adhère à l'hypothèse avancée par Pascal Cazottes, l'éventualité de la présence simultanée, mais
sporadique, de deux Bêtes tombe sous le sens.
Elle est réfutée par Michel Louis. Mais Michel Louis est tellement motivé par son plaidoyer en faveur des loups,
qu'il s'y attache autant qu'à la tentative d'identification de la Bête.
Or, si l'on admet l'existence de deux ( voire de plusieurs ) Bêtes, le loup prendra immédiatement
dans l'esprit du public la première place parmi les suspects.
Ce qui est d'ailleurs totalement absurde ; car, eu égard au comportement aberrant de la Bête,
si la formule "Bête du Gévaudan" recouvrait en fait plusieurs prédateurs, il y a beaucoup plus de chances pour qu'il s'agisse d'un
groupe de chiens féraux que d'une horde de loups.
Michel Louis a retracé les itinéraires de la Bête pour cinq des journées les plus meurtrières, au cours desquelles
elle s'est manifestée dans plusieurs localités.
Et il démontre que de tels parcours peuvent être effectués dans les délais requis par n'importe quel grand
Canidé en bonne condition physique.
Il a raison ; c'est tout à fait possible. Mais ça l'est encore plus si, durant certaines de
ces journées ( pas forcément toutes ) deux prédateurs sévissaient en même temps.
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* *
Autre thème de réflexion : il semble que la Bête ( ou l'une des Bêtes s'il y en avait plusieurs )
était dressée à attaquer l'homme.
Les agressions d'animaux domestiques se comptent sur les doigts d'une main, alors que celles d'êtres humains
excèdent largement la centaine.
D'une manière générale les grands Mammifères prédateurs se montrent partisans du moindre effort ;
ce que paraissent ignorer nos candides écologistes, qui n'avaient pas envisagé les conséquences sur le bétail de la réintroduction du loup.
Pourquoi en effet se lancer dans la poursuite harassante d'un cerf ou d'un chevreuil, ou affronter la combativité
d'un sanglier, alors qu'il est si simple de se saisir d'un mouton.
Or nous avons affaire ici à un prédateur que le bétail paraît laisser indifférent, et qui donne l'impression
de considérer l'homme comme une proie de prédilection.
Remarquons en particulier l'agression du 8 avril 1765, au cours de laquelle la Bête, pour atteindre une bergère,
se fraie un passage à travers un troupeau de moutons, sans leur faire le moindre mal, et en se contentant de les écarter de son chemin à la
seule force de son museau ; alors que tout prédateur "connu" se serait simplement emparé du mouton le plus proche.
Ce type de comportement évoque irrésistiblement celui d'un requin, qui, surgissant au milieu d'une foule
de baigneurs, jettera son dévolu sur l'un d'entre eux, et sur lui seul.
Et si la victime choisie parvient à lui échapper, il la poursuivra sans prêter attention aux autres personnes,
qui toutes cependant constituent des proies potentielles, et qui paradoxalement à cet instant précis ne courent aucun danger.
Un tel comportement a été mis en scène par Steven Spielberg dans "Les Dents de la Mer", où nous voyons le
grand requin blanc, en quelque sorte obnubilé par la proie qu'il a choisie, passer à un mètre du fils de Brody, pétrifié d'épouvante,
exactement comme s'il ne remarquait même pas sa présence.
Mais la Bête du Gévaudan n'était pas un requin ; c'était un Mammifère prédateur terrestre.
C'est donc tout naturellement à celui d'un Mammifère prédateur terrestre que nous sommes portés à comparer son comportement.
Il existe un cas analogue qui défraya la chronique, il y a un peu moins de trente ans ; celui de la Bête
des Vosges sur lequel je reviendrai.
L'affaire dura moins de dix mois et le bilan s'éleva à 300 animaux domestiques agressés ( sans parler
des animaux sauvages ; biches et chevreuils ) ; mais aucun être humain ne fut attaqué.
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* *
Certes l'hypothèse d'un animal domestique, ou d'un animal sauvage "imprégné", dressé à attaquer l'homme,
paraît la plus convaincante.
Et elle le serait, si la Bête du Gévaudan constituait un cas unique.
Mais il y eut en 1632/33 la Bête du Calvados ( 30 personnes tuées ) ; en 1655 les Bêtes
du Gâtinais ( 300 personnes tuées ) ; en 1669 la Bête de la forêt de Fontainebleau ( 150 personnes
tuées ) ; en 1693/94 la Bête du Benais ( 72 personnes tuées ) ; en 1731/34 la Bête
de l'Auxerrois ( 28 personnes tuées ) … etc …
Peut-on raisonnablement soutenir, comme le souligne Pascal Cazottes, que dans toutes ces affaires
de Bêtes Mystérieuses, il s'agissait d'animaux domestiques ou d'animaux sauvages imprégnés, dressés à attaquer l'homme ?
Certes il est fort possible que les rapports ne fassent état que des victimes humaines et négligent de mentionner
les déprédations commises sur le bétail. Toutefois il apparaît clairement que, dans tous ces cas de Bêtes Mystérieuses, les agressions
d'êtres humains ont été incomparablement plus nombreuses que lors de déprédations ( le plus souvent collectives ) perpétrées
par des prédateurs identifiables et "habituels", tels que les loups.
Faut-il penser qu'il s'agissait d'animaux ressortissants d'une espèce pour laquelle l'homme constituait,
sinon une nourriture de base, tout au moins une proie de prédilection ?
Et qu'en conséquence la Bête du Gévaudan n'aurait pas été exactement dressée à attaquer l'homme,
mais que celui ou ceux qui la téléguidaient n'auraient fait qu'exacerber une tendance naturelle ?
Ces trois années de terreur, de carnage et de désolation, qui ravagèrent le Gévaudan,
évoquent irrésistiblement l'ombre sinistre du "mangeur d'hommes", comparse incontournable des récits d'exploration de notre
enfance, et le mythe du tigre qui, ayant goûté une fois à la chair humaine, se détournera dès lors de toute autre chair.
*
* *
Un peu arbitrairement on peut répartir les mangeurs d'hommes ( lions, tigres et léopards ) en deux catégories.
Il y a tout d'abord des animaux âgés, ayant en partie perdu leurs forces, leur vivacité et leur endurance ;
parfois aussi handicapés des suites d'une blessure.
Et pour ceux-ci il est incomparablement plus aisé de s'attaquer à un être humain ( en particulier s'il s'agit
d'une femme ou d'un enfant ) que de forcer à la course un cerf ou une gazelle.
En outre pour des carnivores aux dents devenues branlantes ( parfois même en partie édentés ),
la peau humaine est infiniment plus facile à déchirer que le cuir des buffles, des zèbres et des antilopes.
Mais maints rapports font également état de lions, de tigres et de léopards, nullement affaiblis par l'âge
ou diminués par une blessure, qui s'étaient en quelque sorte spécialisés dans l'agression d'êtres humains.
Pour ne citer qu'un exemple, les célèbres lions mangeurs d'hommes du Tsavo qui en 1898 causèrent des ravages
parmi les ouvriers chargés de la construction des voies ferrées avant d'être abattus par le colonel Patterson, étaient des animaux vigoureux
dans la force de l'âge.
Bien que plus nombreux qu'on le pense généralement, les lions, tigres et léopards convertis à l'anthropophagie
n'en constituent pas moins une minorité. C'est le fait de quelques individus ; alors qu'il semble que l'anthropophagie
était la règle chez l'espèce à laquelle appartenaient la Bête du Gévaudan et les Bêtes Mystérieuses qui furent à l'origine
d'une quinzaine d'affaires analogues.
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Ceci nous conduit bien évidemment à une tentative d'identification de la Bête.
Et, si l'on admet qu'elle était dressée à attaquer l'homme et téléguidée, le problème est double : identifier l'animal,
ce qui est du ressort du zoologiste ; identifier celui ou ceux qui l'ont dénaturé ( et qui sont les véritables coupables
d'une centaine de meurtres ), ce qui est du ressort de l'historien.
Bien que seul l'aspect zoologique du problème fasse l'objet du présent texte, il convient me semble-t-il de dire
quelques mots des deux auteurs qui ont apporté une explication où la zoologie ( tout au moins la zoologie "classique" )
ne tient aucune place.
Ces deux auteurs sont l'abbé Pourcher et le docteur Puech.
Pour l'abbé Pourcher la Bête n'était pas un animal appartenant à une espèce déterminée, mais un monstre unique
en son genre, envoyé par le Ciel pour punir les habitants de la région de leurs péchés.
Il faut croire qu'en Gévaudan et en Auvergne on péchait beaucoup plus que dans le reste de la France ;
en outre, lorsque l'on considère que la moitié des victimes étaient des enfants, on peut se demander si le châtiment divin ne s'est pas
quelque peu trompé de cible.
Ne soyons pas trop sévères avec l'abbé Pourcher ; après tout son livre, "Histoire de la Bête du Gévaudan,
véritable fléau de Dieu", publié en 1889, et qui est un pavé de plus de mille pages, constitue en quelque sorte la Bible sur la question
et a évité à maints chercheurs qui ont suivi d'aller se perdre dans des forêts d'archives.
Pour le docteur Puech, "Qu'était la Bête du Gévaudan ?" (1910 ),
c'est tout simple : la Bête n'a jamais existé.
Les meurtres étaient l'œuvre d'un fou sadique, secondé de comparses qui, pour donner le change,
s'affublaient de peaux d'animaux.
Que l'on puisse énoncer sans rire des énormités pareilles, passe l'entendement.
Car la Bête n'a pas seulement tué plus de cent personnes, elle en a blessé une quarantaine d'autres, qui n'en
ont réchappé que parce que secourues in extremis, et qui s'en sont tirées au prix de terribles blessures, parfois de mutilations.
Et, au cours de ces trois années, parmi ceux qui ont été attaqués comme parmi ceux qui les ont secourus
en mettant la Bête en fuite, aucun n'aurait remarqué que l'agresseur n'était pas un animal, mais un être humain.
Un être humain qui au demeurant devait être doté de singulières mâchoires, si l'on prend en considération la
gravité des morsures qui dans certains cas se révélèrent mortelles chez plusieurs victimes arrachées à la Bête.
Lorsque l'on sait que le docteur Puech était professeur agrégé à l'Université de médecine de Montpellier,
on se prend à imaginer quel prodigieux émule des Diafoirus père et fils il aurait pu inspirer à Molière.
Certes j'ai avancé plus haut qu'au cours de ces trois années sanglantes s'était probablement manifesté
un être humain costumé en animal. Il n'en demeure pas moins que dans l'écrasante majorité des attaques, comme l'attestent des
centaines de témoignages, l'agresseur était un animal.
*
* *
Tenter d'identifier la Bête a donné lieu à une dizaine d'hypothèses.
Lorsque l'on a éliminé celles qui sont irrecevables ( grand félin, glouton, grand babouin,
quand ce n'est pas singe anthropoïde ), restent en lice parmi les animaux connus quatre candidats : le loup, l'ours, la grande
hyène tachetée et un "chien-loup" au sens premier du terme, soit un Canidé résultant d'un croisement entre représentants des deux espèces.
L'hypothèse du loup ( soutenue par François Fabre, Xavier Pic, Jacques Delperrie de Bayac,
Guy Grouzet et Félix Buffière ) n'est pas crédible. Et ce pour une seule raison : des centaines de témoignages affirment
qu'il ne s'agissait pas d'un loup.
Or ces témoignages émanent d'habitants du terroir, accoutumés à voir des loups à longueur d'année,
ainsi qu'à défendre contre eux leur bétail.
De plus Martin Denneval, grand louvetier de France, qui passait pour compter 1.200 loups à son tableau
de chasse, avait acquis la conviction que la Bête n'était pas un loup, et ne s'en départit jamais par la suite.
Encore moins crédible que celle du loup est l'hypothèse de l'ours. Car si la Bête se différenciait du loup,
elle se différenciait de l'ours plus encore.
En outre, comme l'ont souligné Pascal Cazottes et quelques auteurs avant lui, les ours hibernent.
Or la Bête sévissait tout au long de l'année, au mépris des changements de saisons.
L'hypothèse de la grande hyène tachetée connaît deux versions.
La première invoque une hyène qui se serait échappée de l'une des ménageries ambulantes, stationnées à
Beaucaire à l'époque de la foire.
Si la Bête avait été une hyène, elle n'aurait pu être qu'une grande hyène
tachetée ( Crocuta crocuta ) et non une hyène rayée ( Hyaena hyaena )
ou une hyène brune ( Hyaena brunnea ).
Un grand Mammifère prédateur sauvage ( Hyène tachetée ou autre ), né en captivité,
donc accoutumée à l'homme et ne le craignant pas, brutalement transféré dans la Nature à l'âge adulte, pourrait-il avoir pour
comportement de ne s'attaquer qu'à l'homme ?
Je pense que ce n'est pas inimaginable.
Mais en tout état de cause la candidature de la hyène n'est pas recevable, puisque l'animal abattu
par Jean Chastel portait 42 dents et que les hyènes n'en ont que 34, parfois même seulement 32.
La seconde version de la hyène doit retenir toute notre attention, car elle est soutenue
par Gérard Ménatory, mammalogiste chevronné et naturaliste de terrain.
Grand connaisseur des loups ( il en avait élevé une centaine en semi-liberté dans le parc
qu'il avait créé en Lozère ), il leur a consacré deux excellents ouvrages : "La vie des loups" ( 1969 )
et "Le Loup, du Mythe à la Réalité" ( 1987 ).
Entre les deux, en 1984, il publia son livre sur la Bête du Gévaudan.
Et ce livre est sauf erreur de ma part le premier sur le sujet écrit par un auteur possédant de solides connaissances
zoologiques.
Tout autant que Michel Louis ( plus encore peut-être ) Gérard Ménatory s'est fixé pour
objectif la réhabilitation du loup.
Mais, alors que le livre de Michel Louis est un modèle de clarté, celui de Gérard Ménatory se ressent
d'une construction un peu confuse.
L'auteur s'attache à démontrer que la Bête était une grande hyène tachetée, ramenée d'Afrique
du nord par Antoine Chastel et dressée par ce dernier à attaquer l'homme ; hypothèse qu'il emprunte à l'un de
ses prédécesseurs, Abel Chevalley, dont le livre, dans sa première édition, avait été publié près d'un demi-siècle plus tôt ( 1936 ).
Gérard Ménatory n'ignore pas bien entendu que l'animal abattu par Jean Chastel dans le bois
de Tenazeyre ne pouvait être une hyène ; ce qui le conduit pour soutenir son hypothèse à élaborer un scénario
dont les extrapolations frisent par moments la mauvaise foi.
Ce scénario est le suivant :
| Antoine Chastel avait ramené d'Afrique du nord une hyène tachetée qu'il avait imprégnée, élevée et dressée à attaquer l'homme.
C'est donc cet animal qui a tué plus de cent personnes et en a blessé et mutilé une quarantaine. Jean Chastel était parfaitement au courant des exactions dont son fils, par l'intermédiaire de la hyène, se rendait coupable. Cette série de massacres, à laquelle il devait prouver par la suite qu'il était de taille à mettre fin, le laissa totalement indifférent jusqu'au jour où la Bête tua la petite Marie Denty ( 16 mai 1967 ). Jean Chastel s'était pris d'affection pour cette enfant de douze ans, vis-à-vis de laquelle il se comportait comme un grand-père. A quel moment exact prononça-t-il la célèbre phrase : "Bête, tu n'en mangeras plus !", peu importe. Toujours est-il qu'en s'attaquant à la petite Marie Denty, la Bête avait signé son propre arrêt de mort. Jean Chastel, on le sait, avait fait bénir trois balles par l'abbé Prolhac. Selon Gérard Ménatory, l'une de ces balles abattit le 19 juin 1767 dans le bois de Tenazeyre un animal qui n'était pas la Bête, mais un simple loup. La deuxième balle ( le jour même, la veille ou le lendemain ) occit la véritable Bête. Et la troisième mit un terme à la ténébreuse existence d'Antoine Chastel. |
*
* *
Fallait-il que Jean Chastel ait nourri une inébranlable confiance en son adresse, pour n'avoir prévu que trois balles
pour faire passer de vie à trépas un homme et deux fauves.
Or, n'hésitons pas à le dire, ce scénario est totalement gratuit. Gérard Ménatory s'empêtre dans une
succession d'incohérences et donne l'impression de se trouver prisonnier d'une histoire rocambolesque qu'il a montée de toutes pièces
et qui en arrive à le dépasser.
Examinons les trois points forts du scénario :
*
* *
On peut également se demander par quelle aberration un auteur tel que Gérard Ménatory, possédant de solides
connaissances en Mammalogie et sur les Carnivores en particulier, a pu faire sienne l'hypothèse de la hyène.
Car rien chez la grande hyène tachetée n'entre en conformité avec les particularités que soulignent les diverses
descriptions de la Bête.
Regardez de profil une grande hyène tachetée.
Son cou est long. Parmi les grands Fissipèdes, elle constitue l'une des espèces chez lesquelles le cou
est proportionnellement le plus long. Alors que la Bête est décrite comme ayant "le col gros et extrêmement court".
Chez la hyène tachetée ( plus encore que chez les deux autres hyènes ) le garrot est surélevé ;
ce qui implique une ligne dorsale déclive et fait paraître les membres antérieurs plus longs que les postérieurs. Alors que la Bête est
décrite comme ayant "les jambes de devant assez basses", ou encore "…elle est basse des pieds de devant", ainsi
que "Elle a les pieds de devant beaucoup plus courts que ceux de derrière".
Les pattes de la hyène tachetée ( comme celles de la hyène rayée ) sont des pattes de coureur
de plaine, au même titre de celles des loups et évoquent davantage la rapidité que la puissance. Or la Bête est décrite comme
ayant des pattes "très fortes avec des griffes de la longueur d'un doigt", ou "des pattes extrêmement larges et armées
de griffes redoutables", ou encore des pattes "aussi fortes que celles d'un ours".
La queue de la hyène tachetée est courte, plus courte et moins touffue que celle des deux autres hyènes.
Or toutes les descriptions s'accordent pour attribuer à la Bête une queue longue et très fournie : "la queue extrêmement large,
touffue et longue", ou "la queue longue comme celle d'un cheval, fort touffue", ou encore "la queue grosse comme le bras".
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* *
On sait que, parmi les victimes de la Bête, une quinzaine furent décapitées. La formidable puissance des mâchoires
de la hyène tachetée est certainement tout à fait capable de broyer des vertèbres cervicales humaines.
Ces mâchoires ont-elles toutefois une longueur suffisante pour "emboîter une tête" ( pour reprendre la formule
de Pascal Cazottes ) et pratiquer une décollation ? On peut en douter.
Mais Gérard Ménatory avance que les décapitations proprement dites étaient effectuées par Antoine Chastel,
quand il se trouvait sur les lieux lorsque la Bête tuait.
C'est également le point de vue de Michel Louis ; ce qui nous conduit à cet auteur dont l'ouvrage, l'un
des plus complet et des plus talentueux consacrés à la Bête, fut publié en 1992 et réédité en 2001, lors de la sortie sur les écrans
du film de Christophe Gans "Le Pacte des Loups".
Tout comme Gérard Ménatory, Michel Louis, fondateur du parc animalier d'Amneville, est un zoologiste chevronné
et un naturaliste de terrain.
Pour lui la Bête résulterait du croisement d'un loup et d'une chienne ; elle aurait été dressée à
attaquer l'homme par Antoine Chastel, lui-même stipendié par le Vicomte Jean-François-Charles de Morangiés, aristocrate corrompu
enlisé jusqu'au cou dans la dépravation.
Ce qui nous fait deux sadiques au lieu d'un. "Sadiques" avant la lettre d'ailleurs, puisqu'à l'époque
de la Bête du Gévaudan le "divin marquis" n'avait pas encore sévi dans le domaine de la littérature.
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* *
Michel Louis s'attache entre autres choses à élucider l'invulnérabilité de la Bête ; particularité si embarrassante
que certains auteurs la passent sous silence et que Gérard Ménatory laisse entendre qu'il la tient pour faribole.
Selon Michel Louis la Bête portait une cuirasse en peau de sanglier ; hypothèse qui avait été avancée
par Raymond-François Dubois dans son livre "Vie et mort de la Bête du Gévaudan" ( 1988 ).
Explication qui n'a rien d'invraisemblable ; et lorsque Gérard Ménatory écrit "Cette étrange Bête
semblait revêtue d'un gilet pare-balles", il perd de vue que, depuis l'Antiquité jusqu'au XVIème siècle, furent utilisés des chiens
de guerre qui portaient effectivement une cuirasse.
Ce type de cuirasse protège le dos et les flancs, mais pas la tête ni le poitrail.
Lorsque la Bête était frappée au flanc d'un coup de baïonnette, la lame ne pénétrait pas. Contrairement à la Bête
des Vosges qui fut toujours systématiquement ratée, même par les tireurs d'élite, la Bête du Gévaudan essuya une quinzaine
de coups de feu. Chaque fois elle accusait l'impact en culbutant ou en boulant, puis se relevait et poursuivait sa course.
Et l'on peut remarquer que, lorsqu'elle était repoussée à l'arme blanche, c'était uniquement
quand les coups portaient à la face ou au poitrail. Et c'est bel et bien au poitrail que le 11 août 1765 elle récolta le célèbre
coup de baïonnette, dont on pensa un temps qu'il avait été mortel.
Mais était-ce bien la Bête que blessa ce jour-là l'héroïque Marie-Jeanne Vallet ?
Quant au coup de fusil de Jean Chastel, il fut tiré de face et, selon le constat du chirurgien
Antoine Boulanger, "la balle a percé le cou, coupé la trachée artère et brisé l'épaule gauche".
Mais de toute façon lors de cette journée du 19 juin 1767, la Bête, pour une mystérieuse raison qui fera
peut-être encore couler beaucoup d'encre, ne portait pas sa cuirasse.
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* *
Le livre de Michel Louis est, je le répète, l'un des meilleurs parmi ceux qui ont été consacrés à l'énigme du Gévaudan.
Et il emporterait la conviction, n'était qu'il omet de traiter les autres cas de Bêtes Mystérieuses ;
ou plus exactement qu'il ne les prend en considération que dans l'optique de son dessein d'innocenter les loups.
Laissons provisoirement de côté la question de la cuirasse, que très probablement la Bête du Gévaudan
était seule à porter. Si l'on retient l'hypothèse de Michel Louis, selon laquelle la Bête était le produit d'un croisement entre un loup
et une chienne, on se retrouve devant un problème analogue à celui que pose l'animal dressé à attaquer l'homme.
Peut-on raisonnablement admettre que dans tous les cas de Bêtes Mystérieuses et anthropophages, il s'agissait
de croisements entre chiens et loups ?
C'est là que le bas blesse et c'est sur ce point que le livre de Pascal Cazottes se révèle fondamentalement
différent de tous ceux qui l'ont précédé.
Et j'inclinerais volontiers à penser que la clef de l'énigme ( j'entends de l'énigme zoologique ;
c'est-à-dire l'identification de la Bête ) se trouve pour partie dans le livre de Pascal Cazottes et pour partie dans celui de Michel Louis.
Pascal Cazottes avance l'hypothèse d'une espèce animale non répertoriée par la Science ( tout au moins
à l'état vivant ) ; un grand prédateur qui serait naturellement porté à voir en l'homme une proie de prédilection.
Cette espèce serait à l'origine des diverses affaires des Bêtes Mystérieuses, qui durant des siècles
ont sporadiquement défrayé la chronique et se sont signalées par de multiples cas d'agressions humaines et d'anthropophagie.
La Bête du Gévaudan aurait appartenu à cette espèce, sa propension naturelle à attaquer l'homme
aurait été exacerbée par celui qui l'a imprégnée puis lâchée dans la Nature.
Seule parmi toutes ces Bêtes, la Bête du Gévaudan aurait été téléguidée ; et seule elle aurait porté
une cuirasse ( hypothèse proposée par Raymond-François Dubois et reprise par Michel Louis ).
On peut imprégner un loup, alors pourquoi pas n'importe quel autre Mammifère carnivore.
On peut revêtir d'une cuirasse un chien de guerre, alors pourquoi pas n'importe quel autre Mammifère carnivore.
*
* *
Pour quelle raison aucun des auteurs de monographies sur la Bête du Gévaudan qui ont précédé Pascal Cazottes,
n'a-t-il songé à l'hypothèse d'un animal spécifiquement inconnu ?
Parce que tous ont traité cette énigme zoologique comme un cas unique.
Ceux qui ont cité des cas analogues l'ont fait, soit à titre purement anecdotique ( Félix Buffière ) ;
soit à l'usage d'une démarche effectuée parallèlement à la tentative d'identification de la Bête : la réhabilitation
du loup ( Gérard Ménatory, Michel Louis ).
Un peu en marge se situent Jean-Jacques Barloy et Jean-Paul Ronecker, en ce sens qu'aucun de
ces deux auteurs n'a ( tout au moins jusqu'ici ) écrit de monographie sur la Bête du Gévaudan.
Chacun des deux a publié plusieurs livres conçus sous forme de panoramas des énigmes animales,
allant du Yéti au Serpent-de-mer, en passant par la survivance des Dinosaures et du mégalodon. Dans cette optique ils ont tout
naturellement rencontré la Bête du Gévaudan, et tous deux citent comme des cas analogues les Bêtes de l'Auxerrois, du Vivarais,
du Calvados …etc, mais sans envisager une synthèse tendant à faire de tous ces animaux des représentants d'une même espèce ;
une espèce inconnue à l'état vivant de la Zoologie officielle.
Dans un livre conçu selon la même optique que ceux de Jean-Jacques Barloy et Jean-Paul Ronecker,
Richard Nolane parle de la Bête du Gévaudan comme d'un cas unique, et avance une explication calquée sur celle proposée par Michel Louis.
Dans leur livre "Animaux mythiques et monstrueux", Eric de Goutel et Yves Verbeek considèrent eux
aussi la Bête du Gévaudan comme un cas unique. Et ils concluent le chapitre qu'ils lui consacrent de la façon suivante :
| " Personne n'a jamais très bien su ce qu'était la Bête ; peut-être un descendant des Loups-hyènes des temps préhistoriques ". |
Rien de plus agaçant que ces formules creuses qui consistent à avoir l'air d'en dire long, en énonçant sur un ton sentencieux
une platitude qui se veut riche de sous-entendus.
Qu'est-ce que Eric de Goutel et Yves Verbeek entendent exactement par "Loups-hyènes" ? Et si la Bête
était un "descendant" d'une espèce des "temps préhistoriques" ( autre formule des plus vagues ), elle n'en est sûrement pas
descendue par l'opération du Saint-Esprit.
L'existence d'un seul individu implique nécessairement celle d'une lignée ininterrompue de géniteurs depuis
ces fameux "temps préhistoriques" jusqu'à la seconde moitié du XVIIIème siècle ; et conséquemment l'existence de micro-populations.
En un mot l'existence d'une espèce non référencée. Alors, pourquoi ne pas aller jusqu'au bout du raisonnement ?
*
* *
La question est en outre faussée du fait que l'affaire de la Bête du Gévaudan est la seule sur laquelle nous possédons
une documentation importante et des rapports circonstanciés. Alors que ce que nous savons des autres affaires analogues est bien trop
succinct pour donner matière à un livre.
Il est donc naturellement tentant, ainsi d'ailleurs que tout à fait légitime, de n'écrire "que" sur la Bête du Gévaudan.
Mais il faut savoir qu'en agissant ainsi on occulte la véritable dimension zoologique du problème ;
et qu'on court le risque de tomber dans le même type d'erreur que ceux qui parlent comme d'un cas unique de l'énigme du Monstre
du Loch Ness ; alors que des animaux similaires ont été signalés non seulement dans d'autres lochs écossais, mais aussi dans
des lacs d'Irlande, de Scandinavie et d'Amérique du nord, ainsi que dans des systèmes lacustres de l'hémisphère austral, et bien entendu
dans les océans.
Les auteurs, qui ont traité l'énigme zoologique que pose la Bête du Gévaudan comme un cas isolé, ont tenté
d'identifier "un individu" ; étant sous-entendu que l'individu en question ne pouvait qu'appartenir à une espèce connue.
Alors qu'en replaçant l'énigme du Gévaudan dans le contexte d'une quinzaine d'affaires analogues, Pascal Cazottes
a tenté d'identifier "une espèce". C'est la raison pour laquelle son livre est, comme indiqué plus haut, fondamentalement différent de ceux
des autres auteurs. C'est aussi la raison pour laquelle sa démarche relève de la Cryptozoologie ; ce qui n'est le cas d'aucun
de ses prédécesseurs.
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"C'est peut-être bien un loup, mais de mémoire d'homme on n'a jamais vu un loup fait comme ça". Telle pourrait
être résumée, marquée au coin du bon sens populaire, l'opinion des habitants de l'Auvergne et du Gévaudan, ayant eu l'occasion de
contempler l'animal abattu par Jean Chastel.
Opinion corroborée par Maître Marin qui, avec le même bon sens, nota en une savoureuse formule que l'animal
ne ressemblait vraiment à un loup "que par la queue et par le derrière".
Remarquons tout d'abord avec une certaine surprise ( pour ne pas dire une certaine déception )
que la Bête, que la succession de ses sanglants exploits nous faisait imaginer sous l'aspect d'un véritable monstre, est loin d'atteindre
une taille phénoménale.
Sa longueur, du nez à l'extrémité de la queue était de 3 pieds, 8 pouces ( 1 mètre 19 ).
Sa hauteur au garrot de 2 pieds, 5 pouces ( 78 centimètres ) et son poids de 109 livres.
Or il ne manque pas de loups excédant ce poids et ces dimensions.
Des observations consignées par Maître Marin ( qui précise au passage que la Bête était de sexe mâle ), auxquelles s'ajoutent celles d'autres témoins, nous pouvons tout d'abord relever cinq particularités

La première de ces observations concerne une membrane oculaire que Maître Marin qualifie de "singulière". Il ne peut
s'agir que de la membrane nictitante, ou troisième paupière, dont notre espèce conserve un reliquat, sous forme d'une petite caroncule
à l'angle interne de l'œil.
Présente dans plusieurs classes de Vertébrés, aussi différentes que les Chondrichthyens et les Oiseaux, la
membrane nictitante se rencontre aussi chez plusieurs ordres de Mammifères, les Carnivores en particulier.
Il n'y a donc rien de surprenant à ce que la Bête en fut pourvue. Le relâchement
musculaire post mortem l'avait probablement en partie éployée.
La deuxième observation ( le pelage rougeâtre ) est plus surprenante ; et cette couleur
serait insolite si la Bête avait été un loup. Insolite, mais pas invraisemblable.
Un loup pourrait être atteint d'érythrisme, ou rufinisme ( pelage à dominance rouge ) qui,
moins fréquent que le mélanisme ( pelage à dominance noire ) et que le leucémisme ( pelage à dominance blanche ),
se rencontre néanmoins chez les Fissipèdes.
L'érythrisme est relativement fréquent chez l'ours baribal et a été constaté chez le tigre.
Mais comme de toute façon, la Bête n'était pas un loup …
La troisième observation, relative aux côtes, est bien trop vague pour permettre une analyse. Elle ne pourrait être
prise en considération que si la Bête avait été disséquée et comparée à un squelette de loup.
En dépit de son imprécision, elle corrobore toutefois les autres remarques de Maître Marin et de tous ceux
qui ont pu observer la Bête, vivante ou morte ; à savoir qu'elle n'était pas "faite" comme un loup.
Il en est de même des deux dernières observations : l'aspect monstrueux de la tête et la puissance des membres antérieurs. Prises isolément ces caractéristiques ne sont pas très déterminantes ; mais rassemblées, elles ébauchent le portrait d'un animal qui diffère de tout ce que nous connaissons de la faune mammalienne d'Europe occidentale.
Ce qu'était la Bête du Gévaudan, les témoins de l'époque l'ignoraient ( comme du reste
nous l'ignorons toujours ). Dans l'impossibilité de dire ce qu'elle était, ils ont donc, a contrario, dit ce qu'elle n'était pas.
Notre esprit fonctionne de telle sorte que nous sommes incapables de décrire un animal qui nous est inconnu,
autrement qu'en faisant référence à des animaux qui nous sont connus.
Et, comme parmi tous les animaux connus des habitants de l'Auvergne et du Gévaudan au XVIIIème siècle,
c'est du loup que la Bête se rapprochait le plus, c'est tout naturellement en soulignant ce qui l'en différenciait qu'ils ont tenté
d'en brosser le portrait.
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* *
Tout bien considéré, pour tenter d'identifier la Bête plus de deux siècles après les évènements, nous ne possédons
du point de vue de la systématique que deux informations significatives.
L'une a été relevée sur le cadavre de l'animal abattu par Jean Chastel ; c'est la denture.
L'autre résulte d'observations comportementales de la Bête à l'état vivant ; la faculté de se redresser
sur les membres postérieurs pour combattre ou pour pénétrer dans une étendue d'eau.
Ce qui conduit à penser qu'elle était semi-plantigrade.
De ces deux informations, les auteurs antérieurs à Pascal Cazottes n'ont en général retenu que la première ;
en particulier les tenants de l'hypothèse du loup, qui ont fait de la denture leur cheval de bataille.
Or la seconde information est tout aussi révélatrice, et c'est sur l'addition des deux que Pascal Cazottes a
construit son analyse.
Voyons ces deux informations ; et tout d'abord la denture.
Non seulement nous savons que l'animal abattu par Jean Chastel possédait 42 dents, mais de plus nous
connaissons le détail de la formule dentaire.
Le procès-verbal établi par Maître Marin indique ;
| "La mâchoire supérieure est garnie de 6 incisives, 2 grandes lanières et 6 molaires de chaque côté,
soit 20 dents. La mâchoire inférieure est garnie de 22 dents, à savoir 6 incisives, 2 lanières semblables aux supérieures et 7 molaires de chaque côté." |
Voyons maintenant la semi-plantigradie.
Les Mammifères Carnivores terrestres peuvent être :
Lorsque l'on tente de répartir dans ce schéma les sept familles de Fissipèdes actuellement représentées, il apparaît
que les Félidés, les Canidés et les Hyénidés sont tous digitigrades, et que les Ursidés sont tous plantigrades. S'agissant des trois autres familles
le classement est loin d'être aussi net. Mustélidés et Procyonidés comptent dans leurs rangs des semi-plantigrades et des plantigrades ;
quant aux Viverridés, au sein de leur diversité ils réunissent les quatre options.
A propos de ces quatre options, les mammalogistes emploient le terme "allure" ; et ce à juste titre,
car les quatre formules énoncées ci-dessus désignent autant la démarche que la conformation des pattes. Démarche et conformation
qui elles-mêmes se trouvent liées à un certain nombre de facteurs, tels que la rétractalité partielle ou totale des griffes, ou leur non-rétractalité,
ou encore exceptionnellement la présence de palmures ( Lutrinés ).
Chez les Mustélidés, les Procyonidés et surtout les Viverridés, l'allure est plus un caractère spécifique que familial,
d'autant que ces trois groupes comptent nombre d'espèces arboricoles qui n'adoptent pas le même type de progression lorsqu'elles se déplacent
sur une branche horizontale et lorsqu'elles déambulent sur le sol.
C'est en particulier le cas du plus grand et du plus insolite des Viverridés, le binturong d'Asie orientale qui,
en raison de sa queue préhensible, fut tout d'abord classé parmi les Procyonidés.
En outre chez certaines espèces la distinction entre semi-digitigradie et semi-plantigradie se révèle si
douteuse que plusieurs auteurs en sont venus à considérer les deux termes comme interchangeables.
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Pour se montrer capable de se redresser sur ses membres postérieurs et, dans cette attitude, combattre ou pénétrer
dans une étendue d'eau, la Bête ne pouvait qu'être semi-plantigrade.
Or il y a deux façons pour les Fissipèdes d'être semi-plantigrades :
Quelle que soit la semi-plantigradie propre à l'espèce à laquelle appartenait la Bête du Gévaudan, elle ne saurait
concerner ni les Canidés contemporains connus ( tous digitigrades ) ; ni les Ursidés contemporains connus ( tous
totalement plantigrades ).
Nous sommes donc en présence d'une incompatibilité entre la conformation des membres et la denture.
La Zoologie n'offrant pas de solution au problème, Pascal Cazottes s'est tourné vers la Paléontologie,
présumant que le "coupable" pourrait être un ressortissant d'une famille ( ou d'une sous-famille ) considérée comme
officiellement éteinte.
Dans la bibliographie de son livre il cite le Traité de Paléontologie publié sous la direction
de Piveteau ( Tome VI, volume 1 ), et c'est bien dans cet ouvrage, dont le chapitre traitant des Carnivores
a été rédigé par le Pr. Piveteau lui-même, que nous rencontrons la piste.
Elle se situe au sein d'une pépinière de formes, dont l'auteur souligne la multiplicité et l'aptitude à la ramification,
et se révèle dans le groupe des "Chiens-ours" ( Amphicyoninés et Hemicyoninés ), parmi lesquels Pascal Cazottes propose le
genre Hemicyon, offrant les caractéristiques qui se rapprochent le plus de ce que nous savons de la Bête du Gévaudan.
La reconstitution qu'il en présente dans son livre est démarquée d'une peinture de l'artiste animalier Graham Allen.
Une reproduction de cette peinture figure dans l'ouvrage collectif "Encyclopedia of Dinosaurs and Prehistoric Animals", édité à Londres
en 1988 ; dont une version française fut publiée par Bordas en 1990, sous le titre "Les Animaux Préhistoriques".
On peut la tenir pour à peu près exacte, puisque le genre Hemicyon est connu par des fossiles quasi complets.
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Regardons l'animal reconstitué par Graham Allen. Remarquons sa silhouette de coureur de fond ; sa tête massive
et ses mâchoires puissantes et allongées, de taille à "emboîter une tête humaine" et probablement à pratiquer une décollation sans le concours
de personne pour peaufiner l'opération ; son encolure musculeuse, son poitrail compact et ses pattes robustes dont les antérieures
sont plus courtes que les postérieures.
Autant de traits qui se retrouvent dans les descriptions de la Bête, à travers les multiples témoignages.
Un seul point me chiffonne : la conformation des pattes postérieures, digitigrades ou tout au plus
semi-digitigrades. Un animal de cette taille, capable de se redresser en station bipède, devrait posséder des membres postérieurs
d'une conformation pour le moins semi-plantigrade, et en conséquence un calcaneum situé nettement plus bas.
Si, comme le suggère Pascal Cazottes, la Bête du Gévaudan relevait bien du genre Hemicyon,
elle devait appartenir à une espèce plus engagée dans la plantigradie que celle qu'a reconstituée Graham Allen ; une espèce
que la Paléontologie n'a peut-être pas encore découverte.
Après tout, une espèce animale inconnue de la science à l'état vivant, n'est pas forcément connue à l'état fossile.
Peut-on envisager au sein d'un même genre, des espèces digitigrades et des espèces semi-plantigrades ?
Sans aucun doute ; le genre Homotherium n'a-t-il pas produit à la fois des espèces entièrement digitigrades,
et d'autres dont seuls les membres antérieurs le sont, alors que les postérieurs sont plantigrades.
Il est évidemment regrettable que Maître Marin dans son procès-verbal ne mentionne aucune particularité à propos
de l'articulation des pattes postérieures.
Reste l'ichnologie. Au premier abord ce qu'elle nous enseigne viendrait plutôt infirmer la proposition qui précède.
Les empreintes laissées par la Bête se révèlent à peine différentes de celles des loups, et évoquent donc un animal digitigrade.
Existe toutefois un indice qui, quoique fort ténu, demande me semble-t-il à ne pas être négligé.
Au nombre des personnalités, qui ont vécu le drame du Gévaudan et en ont laissé témoignage,
nous rencontrons le chanoine Ollier, curé de Lorcières.
Dans un courrier adressé à l'intendant d'Auvergne, Ballainvilliers, le chanoine Ollier avait joint une bande
de papier longue de 6 pouces ( 16 centimètres ) sur laquelle il avait inscrit "Longueur de l'empreinte du pied
du monstre. Quod vidi testor." ( j'atteste ce que j'ai vu ).
Une longueur de 16 centimètres constitue certes une empreinte de taille respectable. Et l'abbé François Fabre,
tenant de l'hypothèse du loup, suggère dans son livre "La Bête du Gévaudan en Auvergne", qu'Ollier a pris ses
mesures "sur une passée où l'animal aurait glissé".
On pourrait sans doute se ranger de l'avis de l'abbé Fabre si par ailleurs, dans sa description de la Bête, le
chanoine Ollier n'avait mentionné le passage suivant "… les pieds de derrière plus hauts que ceux de devant, sans griffes, ne donnent
presque pas d'empreinte, si ce n'est comme un espèce de talon…".
Que les pattes postérieures soient dépourvues de griffes est bien entendu invraisemblable ; il n'en demeure
pas moins que ces quelques lignes mettent l'accent sur la particularité de leur conformation en faisant allusion à un talon qui laisse une empreinte.
Et si l'empreinte de 6 pouces de longueur correspondait à celle de la patte postérieure, de l'extrémité
des pelotes digitales jusqu'à celle de la sole plantaire ?
Avec une assise de 16 centimètres un Fissipède de la taille et du poids de l'animal abattu par Jean Chastel,
serait tout à fait capable de se redresser à la verticale.
Dans cette attitude un Fissipède, mesurant 97 centimètres du nez à la naissance de la queue
et 78 centimètres de hauteur au garrot ( procès-verbal du Maître Marin ) et dont la longueur du pied serait
de 16 centimètres ( témoignage du chanoine Ollier ), atteindrait une hauteur d'environ 1 mètre 50.
Cette évaluation vient-elle corroborer le rapport d'un autre témoin, l'abbé Trocellier curé d'Aumont qui mentionne :
| "… la Bête se redresse sur ses deux jambes de derrière, et, dans cette position elle badine de ses deux pattes de devant, pour lors elle paraît de la hauteur d'un homme de taille médiocre." |
La formule "de taille médiocre" est évidemment assez vague, et pour l'apprécier il conviendrait de connaître la moyenne de taille des habitants de la région au XVIIIème siècle.
*
* *
Qu'une espèce, relevant de la sous-famille des Hemicyoninés ( considérée comme éteinte au Pléistocène ),
ait survécu en Europe occidentale jusqu'au XVIIIème siècle, n'aurait rien de très surprenant pour qui est quelque peu familiarisé avec l'histoire
de la Zoologie.
Elle peut fort bien survivre encore aujourd'hui sous forme de micro-populations au nez et à la barbe
de la science officielle ; qui peut dire à quelle espèce appartenait l'animal rencontré à deux reprises dans le Var en 1966 ?
Et le "Waheela" canadien que mentionne Pascal Cazottes ( dont je n'avais jamais entendu parler et
que j'ai découvert dans son livre ) est peut-être un Hemicyoniné. Les paléontologues ont déterminé plusieurs espèces d'Hemicyon,
dont l'une, Hemicyon ursinus, vivait en Amérique du nord.
Le livre de Pascal Cazottes devrait faire date dans l'histoire de la littérature consacrée à la Bête du Gévaudan.
Car il ne se contente pas d'ajouter une tentative d'explication de plus à toutes celles qui ont déjà été avancées.
En envisageant la survivance d'un espèce animale tenue pour éteinte, espèce à laquelle appartiendraient
non seulement la Bête du Gévaudan mais aussi les diverses Bêtes non identifiées qui sporadiquement au cours des siècles ont semé la terreur
dans nos campagnes, il insuffle à l'énigme une dimension cryptozoologique.
Ce livre devrait créer une certaine émulation, en ouvrant un champ d'investigation qui jusqu'ici n'avait pas
été exploité, ni même envisagé. Et les auteurs du futur, qui à leur tour se mesureront au problème, devront en tenir compte ;
qu'ils se rangent du point de vue de Pascal Cazottes, ou qu'à l'inverse ils se voient contraints d'établir une argumentation propre à le réfuter.
Il est un point toutefois sur lequel je ne partage pas l'avis de Pascal Cazottes, lorsqu'il propose dans sa
conclusion de replonger la Bête dans les oubliettes du passé et de la laisser dormir.
Il ne convient certes pas de laisser dormir la Bête ; ce qui n'est que justice d'ailleurs, puisqu'elle-même
nous empêche de dormir.
Il convient au contraire de continuer à chercher, et à chercher encore, en prenant pour devise le précepte
que nous a légué ce merveilleux écrivain d'une prodigieuse culture, que fut Marcel Brion :
" Ce n'est pas ce que nous sommes qui compte, mais ce que nous cherchons. "
DE LA BETE DU GEVAUDAN A LA BETE DES VOSGES
L'année 1977 fut en France une année faste pour les amateurs d'énigmes animales.
Au printemps furent publiées presque coup sur coup une traduction de la monographie consacrée au Monstre
du Loch Ness de Nicholas Witchell ; et une traduction du livre sur les monstres lacustres de Peter Costello, présentée et préfacée
par Bernard Heuvelmans.
Puis à l'automne parut "Les Monstres du Loch Ness et d'ailleurs" de Jean Berton.
Mais le "Bestiaire Insolite" ne se manifesta pas uniquement par le truchement de la production livresque
et la floraison des monstres aquatiques ; il fit aussi les choux gras de la presse à sensation, en suscitant dans une région
d'élevage d'ovins, qui au demeurant s'en serait bien passée, un impudent quadrupède courant bois et champ et qui,
entre le 28 mars et le 15 décembre, massacra près de 300 têtes de bétail, et tint en échec toutes les tentatives visant à l'abattre
ou à le capturer, avant de disparaître aussi mystérieusement qu'il était apparu.
Car l'année 1977 fut aussi l'année de la Bête des Vosges.
La différence essentielle, capitale, entre la Bête du Gévaudan et la Bête des Vosges est que celle-ci ne
s'attaqua jamais à un être humain.
Pour le reste, à deux siècles d'écart, la situation est quasi identique.
Même biotope où les difficultés du terrain et la rigueur des hivers opposent aux battues
des obstacles insurmontables : d'une part le relief chaotique du Gévaudan qui déconcerta des hommes tels que Duhamel et Denneval,
accoutumés à manœuvrer en plaines ; d'autres part la vastitude compacte, presque impénétrable du massif vosgien.
Même propension diabolique de l'animal à déjouer tous les pièges, à échapper à toutes les traques,
à parcourir en temps record des distances considérables pour surgir et frapper là où on l'attendait le moins.
Même comportement aberrant se traduisant par des massacres hors de proportion avec les besoins
alimentaires d'un prédateur atteignant tout au plus la taille d'un grand chien.
Et peut-être en outre, un autre point commun ; il n'est pas invraisemblable que la Bête des Vosges
ait été elle aussi dressée et manipulée.
Dans son livre "Les Survivants de l'Ombre", Jean-Jacques Barloy écrit : "Il est possible que la Bête
ait obéi à un sifflet à ultra-sons, ou ait été téléguidée à l'aide d'un appareillage placé dans les oreilles."
Gaston Picard, s'il ne va pas aussi loin, laisse entendre clairement néanmoins qu'il n'écarte pas l'hypothèse
d'un animal manipulé.
Ayant travaillé durant plus de trente ans dans les Vosges en qualité d'enseignant en technique agricole
et de spécialiste de la génétique animale, Gaston Picard a publié en 1989 une monographie sur la Bête des Vosges, dans laquelle il relate,
avec une précision d'orfèvre, toute l'affaire au jour le jour, et parfois heure par heure.
Il a pour ce faire épluché toutes les archives et interrogé plus de 400 témoins. Malheureusement
son livre ( sorti aux Editions "La Nuée Bleue" ) a été publié 12 ans après les faits, qui entre temps avaient
sombré dans l'oubli, et est passé pratiquement inaperçu.
*
* *
Si au XVIIIème siècle il n'était pas possible comme aujourd'hui de recevoir en direct, à peu de chose près, tout
événement marquant, les nouvelles n'en circulaient pas moins.
Elles circulaient même un peu trop au goût de Louis XV, qui se serait bien passé du persiflage de
nos voisins d'Outre-Manche. Un journal anglais avait en effet publié un article selon lequel les campagnes françaises étaient hantées
par de tels monstres que l'un d'eux, en pays de Gévaudan, avait à lui seul mis en déroute une armée de 120.000 hommes, dont il avait dévoré
un cinquième des effectifs et, pour faire bonne mesure, avalé par surcroît les pièces d'artillerie.
On oublie trop souvent qu'avec la Bête du Gévaudan, Louis XV n'en était pas à sa première "Bête Dévorante",
comme on disait à l'époque.
En 1731, alors qu'il n'était qu'un jeune monarque de 21 ans, il avait été confronté à l'affaire de la Bête
de l'Auxerrois, et avait notifié au maire d'Auxerre de verser une prime de 200 livres à qui abattrait l'animal.
Comme en ce qui concerne la Bête du Gévaudan, des battues avaient été organisées ( encore
qu'avec beaucoup moins d'ampleur ), qui se soldèrent par des échecs.
Comme en ce qui concerne la Bête du Gévaudan, l'affaire avait duré trois ans ; mais elle ne rencontra pas
son abbé Pourcher, pour en retracer la chronique.
Et comme en ce qui concerne la Bête des Vosges, l'animal disparut un beau jour et on n'en entendit plus parler.
La Bête de l'Auxerrois laissa peu de traces dans les archives ; si peu que la plupart des auteurs ne la citent
que pour mémoire et que certains ne la mentionnent même pas.
Il n'en fut pas ainsi pour la Bête du Gévaudan ; et si aucun journal français ne sombra dans l'humour
discutable de la presse anglaise, la Gazette de France et le Courrier d'Avignon n'en rapportaient pas moins les agressions
et les meurtres dans toute leur atrocité.
A cette époque les fastes de Versailles et l'entretien des maîtresses du roi étaient incomparablement moins
bien acceptés par le peuple que durant le règne précédent.
Et qu'un monarque, dont le train de vie dilapidait tant de deniers, ne fut pas de taille à mettre fin au fléau
qui ravageait l'une des régions du royaume, était assez mal ressenti.
Simplisme et manichéisme constituent les inusables recettes permettant de manœuvrer les foules
de toutes les époques, quelles que soient leur nationalité, leur religion ou leur ethnie. Et à compter du début de l'année 1765 l'affaire
prit l'image d'un duel entre la Bête et le roi de France.
C'est à cette époque que Louis XV fixa à 10.000 livres le montant de la prime promise à l'homme
qui abattrait la Bête ( soit 50 fois plus que celle qui avait été promise pour la Bête de l'Auxerrois ). Précisons au passage
que Jean Chastel qui fut cet homme, ne vit jamais la couleur de la prime.
Le 15 septembre 1764 le capitaine Duhamel à la tête d'un détachement de dragons entre en campagne
sur les ordres du comte de Moncan gouverneur du Languedoc.
Le comte de Moncan est dans cette province le représentant du roi ; mais il n'en est que le représentant.
Or dès le début de 1765 ceux qui seront chargés de se mesurer à la Bête ne tiendront plus leur mission
d'un représentant local du souverain, mais du souverain en personne : Denneval, premier louvetier de France, à compter
de février ; et de Beauterne, porte-arquebuse du roi, à compter de juin.
Après les échecs successifs de Duhamel et de Denneval, de Beauterne n'a plus le droit d'échouer : il en va
de l'honneur du roi.
Et, pour que soit sauf l'honneur du roi, le grand loup abattu en date du 21 septembre devra coûte
que coûte être la Bête.
Or, comme nul ne l'ignore, le grand loup d'Antoine de Beauterne n'était pas la Bête ; et les exactions
se poursuivirent durant plus d'un an et demi, jusqu'au 19 juin 1767.
Mais officiellement le roi avait vaincu et la Bête était morte. Et dès lors la Gazette de France
et le Courrier d'Avignon ( qui avaient d'ailleurs annoncé le triomphe d'Antoine de Beauterne ) n'en parlèrent plus,
ayant reçu ordre de n'y plus faire allusion.
A l'époque de Voltaire et de Beaumarchais la monarchie absolue brillait de ses derniers feux ; mais
ces feux étaient encore suffisamment puissants pour juguler la presse.
*
* *
L'attitude journalistique en 1977, pour différente de celle adoptée en 1766-67, n'en fut pas plus honorable.
On était à une époque où les nouvelles vont vite, où un fait divers chasse l'autre et où le lectorat
se lasse rapidement d'une information répétitive.
Or quoi de plus fastidieux que, durant dix mois d'affilée, rencontrer chaque matin à l'ouverture de son journal,
en trempant son croissant dans son café crème, cette interminable litanie de moutons égorgés.
Les ruraux, fût-ce même indirectement, se sentaient plus ou moins concernés ; mais les citadins…
Continuer à parler de l'affaire sans pour autant lasser le lecteur, tel fut le défi lancé
à "l'abominable vénalité de la presse", pour reprendre le mot de Léon Daudet.
Les titres fracassants des articles étant devenus éculés, les journaux à sensation entreprirent de changer
de ton en rééditant le style pamphlétaire adopté par leurs homologues d'Outre-Manche deux siècles plus tôt.
Sous la plume des scribes de service la Bête revêtit progressivement les oripeaux des monstres mythologiques,
à grand renfort d'allusion à des films d'épouvante, "Le Bal des Vampires" de Polanski en particulier. Et la forêt vosgienne
se métamorphosa peu à peu en la lugubre sylve de Transylvanie sur laquelle plane l'ombre de Dracula.
Dès lors, pour parfaire l'imposture, il ne restait plus qu'à rabaisser les habitants de la région à l'étiage
de ce "Paysan du Danube" auquel La Fontaine consacra l'une de ses fables.
Ce fut chose faite dans un article publié dans L'Express du 21 novembre 1977, dont est extrait le
passage suivant :
| " Les habitants de la Bresse, sud des Vosges, forment une communauté de 4 à 5.000 personnes repliées sur elles-mêmes, qui ont longtemps vécu à l'écart, des marginaux en somme, qui ont des réactions identiques à celles d'il y a deux cents ans ". |
Outre leur stupidité intrinsèque, ces quelques lignes témoignent de l'indécrottable propension à prendre
systématiquement les problèmes à l'envers. Car il ne s'agissait pas d'une population rurale qui devant une situation de fait
montrait "des réactions identiques à celles d'il y a deux cents ans" ; mais d'une situation de fait qui à deux cents
ans d'écart se renouvelait à l'identique.
Situation qui peut se définir ainsi : intrusion dans une région mi-forestière mi-pastorale
d'un prédateur insaisissable au comportement aberrant, semant la dévastation sur son passage. Ce prédateur trouve refuge
dans le milieu forestier, qui oppose aux battues des obstacles naturels quasi insurmontables, et qui en même temps lui offre
un biotope au sein duquel il est autant dans son élément qu'un poisson dans l'eau.
Il convient d'ajouter à cela que la Bête des Vosges était douée d'une rapidité, d'une endurance,
d'une habileté et d'une ruse exceptionnelles, même pour un loup, si toutefois elle était un loup.
L'évidence qui s'imposait et que nul ne voulut voir, parceque précisément elle sautait
aux yeux ( ou parceque par trop mortifiante pour notre vanité ), est que pour combattre un tel animal "sur son terrain",
nous étions aussi démunis au XXème siècle ( et peut-être davantage encore ) que les hommes des siècles passés.
Cela en revanche aurait pu constituer un sujet d'article.
*
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Vingt-six battues ont été organisées contre la Bête des Vosges, totalisant plus de 1.800 hommes ( gardes-chasse,
chasseurs locaux et autres, gendarmerie, armée, tireurs d'élite ).
Evidemment cela peut paraître dérisoire, comparé aux battues organisées contre la Bête du Gévaudan
dont, comme nous l'avons vu, celle du 11 février 1765 mobilisa à elle seule près de 40.000 participants, et fut, comme le rappelle Michel Louis,
la seule fois au cours de l'Histoire où la traque d'un unique animal mit autant de monde sur le pied de guerre.
Mais le principe reste le même ; et le résultat aussi d'ailleurs : échec sur toute la ligne
dans les deux cas.
Lorsque l'on lit coup sur coup l'histoire de la traque de la Bête du Gévaudan dans l'ouvrage de Michel Louis
et celle de la Bête des Vosges dans celui de Gaston Picard, on ne peut qu'être frappé par un degré de similitude tel que certains
passages paraissent presque interchangeables.
*
* *
Ces diverses adéquations soulignent d'autant plus un surprenant paradoxe.
Les corps de l'armée et de la gendarmerie, qui participèrent à la traque de la Bête des Vosges, comptaient
dans leurs rangs des tireurs d'élite, munis d'armes automatiques perfectionnées, équipées d'une lunette de visée.
Or, alors qu'une douzaine de fois la Bête du Gévaudan culbuta et boula sous l'impact d'un coup de feu, la Bête
des Vosges ne fut jamais touchée.
C'est d'autant plus étonnant que les armes à feu utilisées durant la décennie 1760 étaient des fusils
et des pistolets à silex, presque toujours à un coup ( rarement à deux ) se chargeant par le canon et nécessitant l'emploi
d'une corne à poudre. ( Les premières armes à percussion ne devaient apparaître que durant les toutes dernières
années du XVIIIème siècle ).
Des armes donc, dont le chargement était laborieux et le maniement incertain ; le rabat de batterie
n'empêchant pas à coup sûr la poudre versée dans le bassinet d'être emportée par un coup de vent ou de perdre son inflammabilité
sous l'action de la pluie ou de la neige.
Des armes au demeurant fort belles esthétiquement parlant, au point d'être considérées comme des objets
d'art et d'être devenues des pièces de collection, mais qui, comparées aux armes contemporaines, manquaient de précision.
Il y avait certes au XVIIIème siècle des tireurs adroits, mais on ne saurait parler de tireurs d'élite…
excepté bien entendu dans les romans de Fenimore Cooper.

Novembre 2004
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Des pratiques empiriques aux pratiques scientifiques
par Michèle AQUARON
Introduction
Notre propos se limitera à un survol de l'évolution des relations hommes/plantes, des pratiques empiriques aux essais thérapeutiques actuels, en corrélation avec les principes actifs recelés dans les plantes médicinales.
Presque tous les produits utilisés par les hommes pour soulager leurs maux ont trouvé leur origine dans le végétal.
Sans doute aussi ancienne que la conscience humaine, la correspondance entre les plantes et la vertu des éléments naturels,
à des fins thérapeutiques, est illustrée par cette citation d'Hippocrate ( vers 460 - vers 377 av. J.-C. ),
" La nature est le médecin des malades " ( IV° siècle av. J.-C. Les épidémies ).
Ce fut l'un des seuls à ne pas associer la démonologie aux pouvoirs thérapeutiques des plantes.
Tantôt inspiré par le fruit de l'empirisme et des observations transmises au fil des générations, tantôt soumis à
des pratiques de magie et de superstitions, l'art de guérir a montré un grand développement au cours des différentes époques.
Certains anthropologues pensent que nos ancêtres ont systématiquement goûté toutes les plantes
sauvages qui les environnaient et en ont déduit leurs avantages et leurs inconvénients. Les découvertes archéologiques, grâce
aux pollens fossiles, font remonter les sources de ces connaissances thérapeutiques à la préhistoire
( 2002, 4° congrès Européen d'Ethnopharmacologie ). Toutefois, l'homme a eu aussi recours aux animaux
ou à des produits d'origine animale, ainsi qu'à des minéraux, dont l'efficacité est également attestée depuis la plus haute Antiquité.
Aujourd'hui, les médicaments ne sont plus composés uniquement de molécules naturelles, les molécules de
synthèse entrent pour une part importante dans leur fabrication. Cependant, la première obligation de justifier leur efficacité
devient inévitable avec le Code de Nuremberg ( 1947 ), mais ces modifications s'avérèrent insuffisantes à l'égard
du respect éthique de l'homme. En France, la loi Huriet-Sérusclat, votée le 20 décembre 1988, conditionne les essais thérapeutiques,
de la découverte d'une molécule candidate, biologiquement active, jusqu'à son autorisation de mise sur le marché ( A.M.M )
sous forme de médicament.
Des pratiques empiriques jusqu'à l'obligation de mesurer l'efficacité des traitements actuels, le parcours fût considérable.
Historique
Les plantes médicinales font partie du savoir de base de toutes les sociétés humaines. La médecine anthroposophique percevait les plantes dans ses relations avec le cosmos. Théophraste, ( de son vrai nom Tyrtamos ) dit Theophrastos « divin parleur » ( v.372-278 ou 288 ? av. J.-C. ), Dioscoride ( 1° siècle après J.-C ) ou Pline l'Ancien ( 23-79 ) ont porté un intérêt particulier à cette « science aimable » qu'est la botanique, décrivant et nommant des plantes ainsi que leurs vertus thérapeutiques. Théophraste décrit de nombreuses plantes grecques et étrangères dans son ouvrage intitulé Histoire des plantes, il mentionne leurs divers usages et établit la 1° classification des plantes. Cet ouvrage sera repris plus tard par Charlemagne ( ? 742-814 ), qui recommandait la culture de 88 plantes médicinales, dans un de ses Capitulaires. Il tenta d'élever le niveau intellectuel du clergé en créant des écoles religieuses où l'étude des plantes curatives était la base de l'enseignement médicinal. Dioscoride, médecin grec ( dit Pédanius ) fut considéré comme le père spirituel de la pharmacognosie ( étude des médicaments d'origine animale ou végétale ), il inventorie 520 espèces de plantes dans la Matière Médicale ( De Materia Medica ), donnant synonymes, origine, mode de récolte, préparation et application médicale de chaque plante. Ce traité fit autorité en Europe jusqu'au Moyen Age. Pline l'Ancien, naturaliste et écrivain latin, cristallisa une idée, dont on devrait retrouver l'origine en Grèce antique mais qui devait exister dans d'autres cultures, que Paracelse énoncera sous la théorie des Signatures. ( Paracelce répartissait les plantes médicinales selon 7 groupes en rapport avec les 7 planètes en relation avec les 7 couleurs de l'arc-en-ciel ).
Soigner est un Art dont la nature fournit les principes essentiels. Les médecins et les prêtres en furent les premiers utilisateurs ; par la suite, la botanique fut longtemps réservée aux femmes, car considérée comme peu virile.
Les plantes comme thérapie
Dans un passé reculé, La Plante est considérée avec respect du fait de son alliance avec les forces de guérison. Presque tous les produits utilisés par les hommes pour soulager leurs maux procèdent de la découverte du pouvoir des plantes, les pratiques empiriques émanent de réflexions et d'expériences. Les grandes découvertes ( théorie des Simples, théorie des Signatures… ) sont faites à partir d'observations et d'hypothèses « ad hoc », tandis que les pratiques populaires paysannes et montagnardes s'en tiennent, tout d'abord, à des préparations où les Simples tiennent une place prépondérante.
Les Pratiques Empiriques.
L'école des empiriques ( commence avec Aristote, père de la logique ( 384-322 av. J.-C. ) prône l'utilisation de préparations magistrales dont l'efficacité est prouvée par l'expérience, d'où son nom.
La Thériaque.
Peu de préparations eurent autant de renommée que la thériaque, du grec theriakos
« relatif aux bêtes sauvages ».
Cette préparation, confiture presque noire à l'odeur nauséabonde, additionnée de miel et de vin pour
obtenir une pâte molle ( qui se conserve plusieurs mois ), riche en opium, est employée comme antidote aux venins
de serpents, de scorpions et les empoisonnements. Les trois invariants de sa composition, sont la chair de vipère, l'opium et le miel.
Le livre de la Thériaque ou pseudo-Galien, manuscrit illustré datant de 1199, représente les étapes de sa confection. Ibn Sina ( Avicenne 980-1037 ) recense plusieurs préparations : la « thériaque de Galien », la « préparation des philosophes », la « thériaque terrible », la « thériaque de Venise »… Il existe des préparations à 100, 84, 73, 49 ingrédients, pour les riches, celle des pauvres est le genièvre, pour les paysans elle se limite à l'ail, dont l'usage traditionnel combat les infections de toutes sortes, internes et externes.
La Théorie des Simples
« Simple » est un mot qui apparaît au XV° siècle, il désigne alors un remède constitué
d'une seule substance ; il finira par s'appliquer uniquement aux plantes médicinales. La théorie des Simples est construite à partir
d'un mélange confus de traditions populaires et de références chrétiennes où l'homme est indissociable de l'univers. Les cultures occidentales
n'ont pas échappé à ces croyances.
Lorsque au cours du 12e siècle, l'Eglise interdit l'étude et l'exercice de la médecine dans les couvents, les
moines-médecins les quittèrent et s'établirent médecins, marchands et préparateurs de médicaments.
" C'est la laïcisation progressive de la pharmacie ". ( Dousset, 1985 ).
Cependant, dans leurs carrés de Simples, les moines du Moyen Age cultivaient,
pour se soigner ( sous forme de tisanes, décoctions, cataplasmes… ) racines, feuilles, fleurs et sommités dans une classification
un peu étrange qui perdurera jusqu'au XVIII° siècle. À cette époque, Carl Von Linné ( 1707-1771 ) définira une
nomenclature générale des plantes classées en fonction de caractères anatomiques communs ( terminologie désignée en latin,
langue universelle des savants, pour énoncer le nom du genre puis de l'espèce pour chaque plante ). L'usage s'est maintenu.
La Théorie des Signatures
Elaborée à partir d'un mélange de traditions où tous les éléments de la Création divine sont en correspondance
symbolique, les plantes sont chargées de sens portés par la morphologie de la plante.
Un végétal est supposé aider à guérir un mal car sa forme et son fonctionnement présentent certaines
similitudes avec l'organe atteint ou des ressemblances avec certaines maladies. Ces correspondances reposent toujours sur des
« signes » en relation avec l'anatomie ou la physiologie de l'homme, et certaines particularités du monde végétal,
minéral, voire même animal. Théophraste Bombast von Hohenheim ( médecin suisse ) dit Paracelse ( 1493-1541 )
rend célèbre une conception ancienne de la nature : « la théorie des Signatures ».
Pour lui, la plante témoigne d'un message d'ordre divin, message porté par la morphologie de la plante. Il en résulte une médecine
par analogie, dont la Mandragore sera le végétal emblématique.Gianbattista Della Porta ( vers 1540-1615 ), qui explique les
caractères de l'homme en fonction de leur physionomie ( 1586 ) fera connaître la doctrine des Signatures à travers les
correspondances morphologiques des plantes ( Phytognomonica, 1588, Naples ).
L'époque moderne utilisera la chimiotaxonomie, choix basé, dans un premier temps, sur la taxonomie,
classification des plantes reposant, en premier lieu, sur leur morphologie.
Manuscrit anonyme du XV° siècle, |
Les Pratiques Populaires.
Les préparations médicinales dites " de bonnes femmes ", on écrivait autrefois " de bonne fame ", c'est-à-dire " bien famée ", " de bonne réputation " ( d'après le latin bona fama, application étymologique à la plante et non à la femme ) à travers les assemblages découverts par nos aïeules, se révélèrent des thérapeutiques remarquables, pour peu que l'on sache les préparer.
Cependant, celles qui connaissaient les arcanes des plantes ( rites de la cueillette à des périodes ou des jours particuliers, en fonction de la configuration des planètes et de l'influence lunaire ) se retrouvèrent souvent assimilées aux sorcières. Certaines guérisseuses hors pair avaient trouvé le moyen d'utiliser, sous forme d'onguent, certaines espèces contenant des alcaloïdes qui déploient des effets hallucinogènes. Ces pratiques, dont les préparations abortives, furent dénoncées et condamnées par l'Eglise du XIII° au XVII° siècle ( Mann, J. 1996 )
Les femmes
Les femmes sont devenues, traditionnellement, les dépositaires des secrets des plantes médicinales. Héritières d'un riche savoir familial, par la transmission des connaissances, elles témoignaient avant tout, d'un savoir adapté à leur famille et à leurs besoins. Le savoir sur les simples était indispensable à la survie dans les hameaux isolés.
Cueillette de la Sauge Tacuinum Sanitatis, |
Les Femmes de l'Arc alpin ont constitué un savoir identitaire alpin. Les plantes alimentaires sauvages
souvent consommées devenaient d'usage habituel en temps de disette. La dureté de la vie montagnarde et l'éloignement contraignaient
les habitants à se soigner avec leurs propres remèdes, les plantes constituaient un recours fréquent, par défaut, pour les populations
dépourvues de ressources, d'alimentation et de soins. Néanmoins, dans les Alpes il existait une répartition des connaissances, librement
consentie, entre les femmes et les hommes, les soins vétérinaires étant réservés aux hommes.
Un corpus s'est peu à peu constitué chez les femmes, qui utilisent des plantes pour se nourrir et se soigner.
Les " recettes " sont consignées dans des cahiers confidentiels transmis de génération en génération
( Delcourt, D. 2002 ). Sachant que les effets thérapeutiques des fleurs sauvages pouvaient s'avérer dangereux,
par une utilisation non initiée, cet enseignement, accru par l'expérience, s'effectuait au sein des familles. Ce savoir, utilisé par un groupe
culturel donné, est cohérent dans le foyer qui le possède. Il lui appartient.
Les femmes, ayant une connaissance des particularités écologiques des espèces, avaient largement
recours à la flore sauvage. En effet, la répartition des plantes dépend de nombreux facteurs écologiques propres au milieu
montagnard, l'altitude, la pente, l'exposition, la nature du substrat… ( silice, calcaire ). En montagne, les plantes
ont dû faire preuve de beaucoup d'adaptabilité : la température diminue de 0,6° C tous les 100 m, les précipitations
augmentent et sont irrégulières. L'action mécanique de la neige, l'hygrométrie élevée, le vent, l'ensoleillement intense, favorisent la
synthèse des pigments ( vivacité des couleurs ). En altitude, les plantes ne poussent pas au hasard, la diversité
climatique détermine un biotope spécifique.
Les plantes à potentialité froide des versants Nord, frais et ombragés ou des sommets, sont très efficaces contre les maladies dites « de nature chaude ».
Les plantes à potentialité chaude des versants Sud, bien ensoleillés, combattent les affections « de nature froide ».
Les plantes purgatives « qui entraînent vers le bas », sont cueillies en période descendante ( automne-hiver )
Les plantes émétiques « qui attirent vers le haut », sont ramassées en période ascendante ( printemps-été )
Les Colporteurs.
Pendant près de trois siècles ( à partir des années 1600 ), les colporteurs ont sillonné l'Europe
occidentale. Du colporteur, on a souvent une image d'un semi-vagabond, parfois chapardeur, en réalité, le marchand ambulant était déjà
un rouage essentiel du commerce médiéval. Ceux qui portaient leur marchandise sur un petit éventaire suspendu au cou prirent le nom
de Col-porteurs. Sous l'Ancien Régime, les colporteurs transportent dans une balle, divers articles de mercerie, quincaillerie, tissus…
et jouent un rôle essentiel dans la diffusion de produits d'usage courant ou rares, jusque dans les hameaux isolés. Représentants
d'un commerce de la sociabilité, leur venue est toujours un moment fort.
Si le colportage débute, vraisemblablement, de manière locale puis régionale, l'apogée de ce négoce se situe
sous le règne de Louis-Philippe ( 1773-1840 ). À cette époque, les colporteurs doivent obligatoirement savoir lire, écrire
et compter pour faire du commerce. Les villages des colporteurs seront donc particulièrement instruits en comparaison d'autres régions.
Ainsi, la migration saisonnière de ces populations montagnardes entraîne une alphabétisation passablement inconnue en plaine :
Quéras, Briançonnais et Gapençais en France, les Grisons en Suisse et le Piémont en Italie…
Le colportage était surtout le fait des montagnards qui recherchaient, par cette activité saisonnière,
un complément de ressource familiale. La migration temporaire des colporteurs concerne tout particulièrement l'Arc alpin où le climat rigoureux
empêche toute activité agricole hivernale ( de la Toussaint à Pâques ). Il se constitue alors dans ces régions de véritables
réseaux de colportage transfrontalier.
Les Colporteurs de l'Oisans
Le Bourg d'Oisans est au centre d'une étoile d'où partent six vallées. Le nord des Hautes-Alpes est un pays
de haute montagne où se sont développé des sociétés originales. Les colporteurs spécialisés dans les plantes et les fleurs, sont
essentiellement issus de quelques villages de l'Oisans. ( L'appellation Oisans vient de Uceni, peuple qui habitait la région
au temps des Romains ). Au début, les Uissans collectaient des semences dans la montagne et des plantes alpines faciles
à transporter puis, au XIX° siècle, ils se spécialisèrent dans les ventes de graines, bulbes, voire des boutures de certains
végétaux ( Bailly-Maitre, M.Ch. & Pissard, L. 2000 )
Petite apothicairerie sur la tête, ils vendaient des « Simples » mais aussi des potions,
des onguents, des Recettes de médecine ou d'art vétérinaire, préparations médicinales, gentiane, rhododendron,
edelweiss ( bulbe et racines ), herbes odorantes pour faire de la liqueur. ( Muller, R. & Allix, A. 1925 ).
La grande activité des colporteurs correspond à une époque où la plus grande partie des gens vit dispersé
dans les villages, hameaux ou fermes isolés. Les colporteurs apportent des produits indispensables que les habitants ne peuvent produire
eux-mêmes, ils créent ainsi des échanges dépassant les bornes du village, du lieudit. Les colporteurs de l'Oisans, quand ils reviennent,
transmettent des histoires qui font rêver la communauté, des récits de toute sorte, d'événements remarquables. Cependant, l'information
diffusée avait l'inconvénient d'être très irrégulière et, en fait d'actualité, ils rapportaient des événements qui pouvaient s'être produit des années avant…
D'abord pédestres, leurs migrations temporaires s'effectuent ensuite avec un âne, les colporteurs pouvaient
ainsi déposer leur lourde " balle ", l'âne permettait le doublement du stock disponible et l'éventaire proposé. Les ânes toscans, achetés
à la foire « La Beaucroissant », étaient surtout utilisés par les colporteurs de l'Oisans et de Villards
qui " hivernaient " sur les grandes routes en Dauphiné, Lyonnais et Midi de la France.
La foire située entre plaines et montagnes, sur l'antique chemin de Vienne à Turin
par « Ad Publicanos », à proximité des grandes routes de Lyon à Grenoble et de Grenoble à Valence, permettait
de réunir les montagnards des Pré-Alpes et des grands massifs.
Si les affaires étaient très bonnes, le colporteur pouvait acheter une voiture à quatre roues et des chevaux
avant de faire fortune et de se fixer dans un négoce sédentaire. Toutefois, plusieurs communautés montagnardes ont organisé un véritable
réseau de solidarités familiales et villageoises du XVII° au XIX° siècle, au cours duquel le colportage prendra de l'ampleur.
Celui-ci s'éteindra avec le développement du réseau ferroviaire et disparaîtra complètement après la Première Guerre mondiale.
Les Pratiques scientifiques
Médecins et apothicaires sont restés longtemps confondus chez le même utilisateur.
En 1258 Louis IX ( 1214-1270 ) sépare les professions d'apothicaire et de médecin, puis, en 1484, une ordonnance de Charles VIII ( 1470-1498 ) sépare les métiers d'apothicaires et d'épiciers. Au XVII° siècle, les pharmaciens se groupent en corporation, ils entendent se démarquer ainsi des apothicaires. En 1777, Louis XVI ( 1754-1793 ) crée le Collège de Pharmacie par décret, les apothicaires prennent le nom de Pharmacien et obtiennent l'exclusivité de la préparation des remèdes.
De la plante au médicament « Entre tradition et science »
Au XIX° siècle, les progrès de la chimie mettent en évidence les « principes actifs » des végétaux et les premiers médicaments de synthèse sont réalisés industriellement vers 1890.
Une minorité de médicament est le fruit d'une véritable invention de laboratoire. Les données
de la phyto-pharmacopée moderne confirment, souvent, les déductions des anciens quant à la découverte des principes actifs.
De nombreux exemples pourraient être cités, tel celui du saule, dont la parfaite acclimatation aux terrains marécageux et sa résistance
à l'humidité des marais, a laissé supposer que se trouvait dans l'écorce ou les feuilles de cet arbre le moyen
de lutter " contre tous les échauffements du sang " notamment ceux d'origine palustre. Une fois encore, l'intuition a vu juste,
puisque c'est de lui, que bien plus tard, les pharmacologues modernes extrairont le salicylate de soude, précurseur de l'aspirine.
Si les dernières recherches prouvent que les plantes renferment des molécules actives, la prescription
d'un médicament présume qu'on a pu établir une preuve de son efficacité et que le rapport : bénéfice/risque soit favorable
au patient. " Des tablettes mésopotamiennes relatent que les substances toxiques étaient d'abord testées
sur les esclaves à la recherche de la bonne dose avant d'être administrées aux familiaux du monarque. C'est la première ébauche
d'essais thérapeutiques ". ( Aquaron, M. 1997-1998 )
Les essais thérapeutiques étudient les nouvelles thérapeutiques expérimentales. Ils constituent un progrès médical depuis Nuremberg ( 1947 ). En France, la recherche médicale est réglementée par la loi Huriet-Sérusclat du 20/12/1988.
La molécule, candidate à devenir un médicament, suit une série d'étapes éliminatoires jusqu'à la réalisation définitive : expériences in vitro, puis chez l'animal, suivies des phases successives d'essai chez l'homme.
Les études de phase I ont pour but de tester la sécurité d'emploi des thérapeutiques ( le plus souvent conduites chez des volontaires sains ).
Les études de phase II ont pour objectif de préciser l'efficacité du produit dans des conditions précises ( populations limités ).
Les études de phase III sont conduites sur une population plus large, représentative de la population atteinte d'une pathologie. Elles ont pour but de confirmer l'efficacité du traitement avant l'obtention de Mise sur le Marché ( A.M.M ).
Les études de phase IV débutent après l'A.M.M, pour compléter les informations concernant la sécurité d'emploi du traitement sur une population cible, réelle. C'est la phase de pharmacovigilance. Les effets indésirables graves, survenus dans cette phase, induiront un retrait d'utilisation du médicament incriminé.
Conclusion
Chaque civilisation a tissé avec les plantes des rapports bien spécifiques. Les plantes ont occupé une place de choix
et ont été, pour les hommes, un point de contact privilégié avec la nature et la santé.
Entre les pratiques empiriques et les pratiques scientifiques, les découvertes thérapeutiques des plantes
médicinales et les données de la phyto-pharmacopée moderne confirment, souvent, les effets que la sagesse populaire prescrivait
déjà comme « remèdes ».
Dans les Alpes, comme dans toute montagne, il n'y avait pas, à proprement parler, de méthode scientifique
dans la découverte de vertus thérapeutiques végétales ou animales, mais était le produit d'associations entre les idées simples
et les répétitions d'expériences empiriques. Les femmes de l'Arc alpin, ont inscrit une identité culturelle spécifique des plantes médicinales
et l'utilisation de ce savoir s'articulait avec le commerce itinérant des colporteurs.
Depuis 1991, à la suite du programme des nations unies pour l'environnement, la mise en valeur
et la protection des montagnes ( PNUE ), la culture de ces plantes maintient une activité traditionnelle dans les régions
montagnardes, ce qui préserve les paysages des dégradations.
La rencontre des biologistes et des chimistes à la fin du XIX° siècle, permet à la thérapie scientifique
de voir le jour et de se développer grâce à la découverte des principes actifs ( Les principes actifs sont des composants
naturels contenus dans une plante médicinale lui conférant sont activité thérapeutique ).
Cependant, une minorité de médicament est le fruit d'une véritable invention de laboratoire.
« Les travaux des ethnopharmacologues ont mis en relief l'utilisation des plantes médicinales
pour l'extraction de principes actifs par l'industrie pharmaceutique. […] Ils observent également […] le succès grandissant des pharmacopées
anciennes, au titre d'une " vague verte " qui, un peu partout dans le monde, apparaît comme une alternative
à la médecine chimique. » ( Chominot, A. 2000 ).
Ainsi, au cours des dernières décennies, le corps médical a pris conscience de l'intérêt thérapeutique des plantes pour soigner efficacement un grand nombre d'affections. Face aux molécules de synthèse, voici le grand retour de la pharmacopée naturelle.
Bibliographie
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Aquaron, M. 2003 Colloque d'Anthropologie alpine « Plantes qui nourrissent, plantes qui guérissent » Gap, Librairie des hautes-Alpes.
Bailly-Maitre, M.Ch. & Pissard, L. 2000 « Les colporteurs de l'Oisans » Collection Musée d'Huez et de l'Oisans n°4.
Bouvenot, G. & all, 1993. « Le Médicament, Naissance, vie et mort d'un produit pas comme les autres » INSERM, Nathan.
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Delcourt, D. 2002 « Maladies et recours à la pharmacopée traditionnelle en Vallouise et dans le Briançonais » Gap, édition du Fournel.
Dousset, J-C. 1985 « Histoire des médicaments des origines à nos jours » Paris, Payot.
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Fontaine, L. 1993 « Histoire du colportage XV°-XIX° siècle » Paris, Albin Michel.
Histoire de la Médecine, 1996, Paris, Tome I, Tome II, Alban Michel/Laffont/Tchou.
Laganier, M. 2001 « Les femmes préfèrent les simples » Alternative Santé L'impatient n° 274, jan.
« La vie dans les abbayes, le jardin des simples » http://www.encyclopedie-universelle.com ( visité en 2003 )
Le Floch & Perlmutier, 1995. « Essai thérapeutique et essai clinique » Paris, Masson.
Mann, J. 1996. « Magie, Meurtre, Médecine - Des Plantes et de leurs Usages » Genève, Georg SA.
Muller, R. & Allix, A. 1925 « Petits métiers de montagne » nouvelle édition 2001, Presse Universitaire de Grenoble.
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Plantes médicinales (les), Le jardin médiéval. http://www.botanic.com/chap007 ( visité en 2003 )
Porta, Gianbattista Della. 1588 « Phytognomonica » Naples.
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Salamond, G. 2003 « Dauphiné d'autrefois…le jour des ânes à La Beaucroissant ». http://perso.wanadoo.fr/braire ( visité en 2003 )
Slavik Bohumil. « Les fleurs de montagne » 1977, Prague, 1978, Verviers, Marabout.
Trotereau, J. 2003 « Colporteurs, les routards du négoce » Historia n° 82, mars.
Cette conférence a été proposée en public le 18 août 2005, lors des " Causeries en Montagne ", Sabenca de la Valéia, Barcelonnette ( Alpes de Haute-Provence ).
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par François de SARRE
Le modèle « linéaire » d'une évolution dont l'aboutissement est l' Homo sapiens, n'a décidément plus la cote…
Rappelons que cette image, liée à la descendance du singe, s'est forgée au 19ème siècle,
et qu'elle perdura jusque dans les années 1990.
Au plus tard depuis l'annonce en 2004 de la découverte de l'Homo floresiensis - un petit hominidé fossile
d'Indonésie, il est devenu clair que l'homme "moderne" n'est pas le plus évolué des primates, mais le représentant d'une lignée parmi d'autres...
la plus archaïque, au demeurant !
Au cours du Pléistocène, l'éclatement d'Homo sapiens en espèces et variétés nouvelles s'est produit maintes fois, comme cela fut
également le cas chez d'autres grands mammifères ( éléphants, ours, cervidés ) durant cette période, marquée par des bouleversements
climatiques et géologiques.
Ainsi, diverses formes humaines spécialisées ont-elles fait leur apparition, en plusieurs points du globe.
L'un de ces "produits évolutifs" est l'Homo floresiensis, une toute petite espèce d'homme
surnommée "hobbit" par ses découvreurs australiens et indonésiens, en référence à l'œuvre de J.R.R. Tolkien.
Certaines données ethnologiques font d'ailleurs penser que cet hominidé a survécu sur Flores - ou sur d'autres îles de la région indo-Pacifique.
Aux 19° et 20° siècles, les chercheurs avaient tiré des conclusions hâtives sur l'évolution du phylum humain, en misant tout sur la survivance du "seul sapiens… comme si celui-ci représentait l'ultime étape du processus évolutif… Or le petit floresiensis vient à point pour montrer que la déshominisation est une tendance normale des primates, et que la primauté intellectuelle d'Homo sapiens n'est - somme toute - que l'arbre qui cache la forêt !
Des infra-pygmées en Indonésie ?
Jusqu'à cette fameuse publication dans Nature ( 1 ) en octobre 2004, et la description d'une minuscule espèce humaine sur l'île indonésienne de Flores, on pensait que le genre zoologique Homo avait été représenté en Asie du Sud-Est par deux espèces, erectus et sapiens, caractérisées toutes les deux par une grande taille, et par un cerveau relativement volumineux, surtout si on le compare à celui d'Australopithecus, en Afrique.
La mise au jour du squelette à peine fossilisé ( 18.000 ans ) d'un hominidé nouveau pour la science,
avait de quoi surprendre. De surcroît, cette femme, à laquelle les paléontologues ont donné le nom de "Flora",
ne dépassait guère le mètre !
Cela ne fait pas véritablement sensationnel… sauf si l'on réfléchit que c'est la taille ( et la carrure ! )
d'une enfant de 5 ans…
Difficile de parler ici d'une "pygmée", comme voudraient le faire le professeur indonésien Teuku Jacob et quelques autres
anthropologues, en prétextant qu'une communauté de petite taille vit toujours à Rampapasa ( 2 ), non loin
de la grotte de Liang Bua ( où l'on a exhumé l'Homo floresiensis ). Mais ces indigènes modernes
affichent des tailles moyennes autour de 1,45 m - 1,35 m pour les femmes : on est loin du mètre de "Flora"
qui fait vraiment figure d'infra-pygmée !
S'il y a un critère qu'il faut retenir, c'est bien celui du volume cérébral. Chez un véritable pygmée
de l'espèce sapiens, le cerveau est comparable au nôtre ( autour de 1200 cm³ ). Ce n'est pas le
cas de l'Homo floresiensis, dont le petit crâne renfermait une cervelle de… 400 cm³, à peine.
C'est à peu près ce que l'on observe chez des australopithèques de même taille, telle la fameuse "Lucy",
découverte en Ethiopie par le professeur Yves Coppens et l'Américain Donald Johanson, en 1974.
Dessin du crâne de " Flora " |
Dans une étude comparative, il est aisé de faire le calcul ( en fonction de la taille ) que si "Flora" appartenait à notre espèce, elle aurait dû avoir un volume cérébral de 890 cm³. Et si elle était une sorte d'Homo erectus nain, comme le préconisent certains chercheurs, ce même volume crânien atteindrait 650 cm³ ( 3 ).
De toute façon, la faible grosseur du cerveau ne permet pas de tirer de conclusions évolutives directes sur un caractère "réputé" ancien… puisque floresiensis est géologiquement jeune !
On sait maintenant qu'Homo sapiens - contrairement à ce que l'on a longtemps cru -
n'était pas le seul représentant du genre Homo à vivre sur Terre au Pléistocène supérieur ( à l'époque de Cro-Magnon ).
Durant ces dernières dizaines de milliers d'années, l'homme de type moderne a partagé le monde avec au
moins 3 autres espèces du genre Homo : H . erectus, H. neanderthalensis et H. floresiensis…
Le modèle de la Bipédie Initiale - sur lequel nous allons revenir - conçoit aisément une telle répartition de formes évoluant de façon parallèle et divergente, et l'on peut même penser qu'il y en a eu d'autres…
" Flora " savait-elle nager ?
Comment expliquer que la petite dame de Flores ait pu arriver autrefois sur cette île de l'océan Indien, si l'on tient
compte des schémas évolutifs courants en anthropogenèse ?
Vers quelle époque doit-on resituer cet événement ? Un million d'années dans le passé,
ou beaucoup moins ? [ Au cours de cet exposé, nous garderons par commodité les dates utilisées habituellement par les paléontologues
pour le Pléistocène ].
Un problème majeur est celui de la localisation géographique de Flores au beau milieu de l'archipel indonésien.
Les zoologues connaissent bien la ligne de Wallace, cette frontière naturelle qui fait obstacle
à la répartition des animaux entre l'Asie du Sud-Est continentale, d'un côté, et la Wallacea, de l'autre, c'est à dire la province zoogéographique
qui inclut l'Australie, la Nouvelle-Guinée et ( entre autres ) l'île de Flores.
Quand il y a eu des fluctuations du niveau de la mer au Pléistocène, les terres situées à l'est
de la ligne de Wallace n'ont pas été rattachées au continent asiatique. Elles n'étaient donc pas accessibles à pied sec,
en période glaciaire, depuis l'Asie.
Homo floresiensis a-t-il pu rejoindre l'île…en nageant ? C'est ce que le paléoanthropologue Pascal Picq ( 4 ) envisage de façon globale, "…l'homme est donc arrivé avec une embarcation, ou à la nage…". En effet, des pithécanthropes et des Homo sapiens se trouvaient également - et au même moment - dans cette région de l'océan Indien.
Au cours du Pléistocène, tout ce petit monde bougeait et se déplaçait… Il n'est pas interdit de penser que les erectus et les floresiensis étaient parfaitement capables de nager sur d'assez longues distances. Ces derniers ont d'ailleurs, peut-être, colonisé toutes les îles de l'Indo-Pacifique. Nous évoquerons un peu plus loin les rumeurs sur l'existence du "Petit Peuple".
Venons-en au critère de la taille. Si l'on y réfléchit bien, ce n'est qu'une variable parmi
quelques autres ; elle se manifeste de façon diverse et non systématique…
Même si c'est en désaccord avec le modèle admis, beaucoup d'événements majeurs de l'anthropogenèse
semblent s'être déroulés hors d'Afrique… La diversification du type originel ( "sapiens" ), et son éclatement
en différentes espèces, est un processus qui s'est souvent répété, en plusieurs endroits et occasions, comme cela a également été le
cas pour d'autres grands mammifères du Pléistocène ( nous le verrons un peu plus loin ).
En tout cas, on peut dire que l'arbre généalogique des Hominidés du Tertiaire et du Pléistocène apparaît de plus en plus buissonnant…
Homo sapiens devait donc partager la planète avec les "hobbits", mais aussi avec des pithécanthropes, en Asie du Sud-Est, sans oublier les néandertaliens d'Europe et du Moyen-Orient ! On doit ajouter : dans l'état actuel de nos connaissances… Les prochaines années apporteront peut-être quelques fossiles ou sub-fossiles de plus, ou même la découverte des représentants vivants d'une autre espèce humaine que l'Homo sapiens… !
Il paraît très improbable que seul ce dernier ait survécu.
Mais même si c'était le cas, on comprend qu'il n'est dorénavant plus possible de tirer des conclusions évolutives
de sa seule survivance… Loin d'être un aboutissement, la morphologie humaine dite "moderne" est plutôt à l'origine
des autres formes hominides : pithécanthropes, néandertaliens, "hobbits"... !
Et ce que la paléontologie n'apporte pas encore comme preuve, faute d'un spécimen de sapiens
dont l'ancienneté ( antérieure au Pléistocène supérieur ) soit incontestable, l'étude biologique de l'homme tend
à le démontrer ( 5 ).
Si l'on s'en réfère à l'embryogenèse, l'homme a gardé un crâne rond "primitif", avec notamment des lobes frontaux situés au-dessus des orbites oculaires et du massif facial. Nous avons le front droit, alors que les autres espèces du genre Homo n'ont pratiquement plus de front visible : le cortex frontal et tout le cerveau se trouvent rejetés en arrière, à des degrés divers selon les espèces, comprimés latéralement par l'allongement de la forme du crâne. L'ontogenèse montre que ces traits sont acquis secondairement, car chez tous les fœtus de primates, la tête est ronde.
Les autres types d'hommes du Pléistocène ( erectus, neanderthalensis… ), loin
de se trouver dans notre "ascendance" directe, étaient des formes spécialisées, merveilleusement adaptées à leurs habitats
respectifs : lagunes, mangroves, ou encore grandes forêts.
Comme le suggère l'étude du petit Homo floresiensis, le dernier à avoir été découvert, nous sommes
vraisemblablement en présence d'un post-sapiens…
La petite dame de Flores indique le véritable "sens" de l'évolution, au sein du phylum humain :
c'est l'Homo sapiens - dans sa configuration moderne - qui est au point de départ des autres espèces
d'hominidés du Pléistocène !
L'étonnante plasticité du genre Homo
La découverte de "Flora" montre à quel point le genre Homo est flexible
dans ses réponses adaptatives à l'environnement !
On a voulu expliquer la petite taille du "hobbit" par l'isolement géographique et la limitation
des ressources alimentaires sur l'île. C'est un argument spécieux, car les paléoanthropologues présupposent l'évolution in loco
d'une espèce de pithécanthrope : ce qui réflexion faite, n'apparaît guère probable.
La théorie du "nanisme insulaire" s'applique certes aux gros mammifères, comme l'éléphant, obligé de développer de petits gabarits pour survivre. Mais est-ce vraiment le cas de populations humaines ?
Notons aussi que l'île de Flores ( 17.000 km² ) est deux fois plus grande
que la Corse ( 8.700 km² ).
On envisage aisément qu'Homo floresiensis était déjà petit avant de débarquer à Flores.
Cela rentre d'ailleurs dans le cadre des hypothèses formulées par Dean Falk, professeur à l'Université de Floride ( 6 ).
En tout cas, l'occupation de l'île semble ancienne. Les ossements et les dents de pas moins de sept ou huit représentants de l'espèce floresiensis ont été découverts dans la grotte de Liang Bua ! Un crâne complet ( "Flora" ), sa mandibule, sa jambe droite, des mains, des pieds, des fragments de la colonne vertébrale, du sacrum, des clavicules et des côtes… Ils sont datés entre -12.000 et -95.000 ans, laissant supposer une occupation continuelle de l'île durant toute cette période !
Si le squelette principal a 18.000 ans ( âge calculé à partir des sédiments retrouvés en place ), les autres fossiles d'hominidés de la grotte Liang Bua s'échelonnent sur une assez longue tranche temporelle, ce qui élimine ipso facto l'hypothèse du "nain pathologique" soutenue mordicus par Teuku Jacob, professeur émérite de paléoanthropologie à l'Université Gadjah Mada de Yogyakarta, en Indonésie.
L'une des règles dans la description d'espèces, tant en zoologie qu'en paléontologie, consiste à bien vérifier
que les spécimens découverts ne présentent pas de pathologie, et qu'ils ne sont pas les représentants anormaux d'une espèce
déjà répertoriée, ici l'Homo sapiens.
Déjà la "longue vie paléontologique" de l'Homme de Flores devrait permettre d'exclure l'hypothèse
d'une pathologie récurrente. Comme l'affirme également la paléoneurologue Dean Falk, l'aspect du cerveau de "Flora",
qu'elle a reconstitué, n'évoque pas du tout celui d'un nain microcéphale ( 7 ).
L'Homo floresiensis est une "bonne" espèce !
Cela ne fait d'ailleurs aucun doute pour ses découvreurs australiens et indonésiens, Peter Brown,
Michael Morwood et R. P. Soejono. La combinaison de caractères primitifs et dérivés font de cet hominidé une species nova,
décrite - dans les règles - sous le nom scientifique d'Homo floresiensis.
Pourquoi certains anthropologues sont-ils si hostiles à la notion d'espèce nouvelle ?
C'est, bien sûr, en rapport avec la phylogénie et l'histoire évolutive de l'homme moderne… Car la découverte
de Flores met à mal le modèle "multirégional", défendu notamment par le professeur Teuku Jacob. Ce scénario prévoit
que l'Homo sapiens, issu de l'Homo erectus, est apparu simultanément en de nombreux points du globe, dans plusieurs "foyers"
d'hominisation. A la fin du Quaternaire, le brassage des populations aurait dû empêcher l'apparition d'autres
espèces : l'Homo floresiensis n'a donc pas lieu d'être ! Vu sous cet angle, il ne s'agirait que d'un individu
anormal de l'espèce Homo sapiens… Mais dans l'état actuel des recherches, cette hypothèse ne paraît guère probable.
Néanmoins, on comprend que l'intrusion soudaine de floresiensis sur le devant de la scène évolutive n'ait pas été du goût des partisans du multi-régionalisme !
En revanche, l'avénement de "Flora" comble d'aise les biologistes et anthropologues qui insistent sur une diversité naturelle du genre humain, et sur l'apparition au fil du temps d'espèces nouvelles d'hominidés, par un processus que nous appellerons : déshominisation.
Désormais, on peut dire qu'en sciences humaines, il y a eu un avant-28 octobre et un après-28 octobre 2004 !
D'où venait l'Homme de Flores ?
Vraisemblablement, du sous-continent indien.
Ce n'est pas la seule réflexion sur la taille qui a incité les découvreurs à décrire une espèce nouvelle,
mais l'examen ostéologique attentif du crâne. Ainsi, Homo floresiensis diffère-t-il d'Homo sapiens, car il n'a pas de menton,
mais une face inclinée, des mâchoires prognathes ( comme un petit singe ! ), des arcades sourcilières fortes,
une boîte crânienne épaisse et basse.
Ce sont des caractéristiques que floresiensis partage avec l'Homo erectus ou pithécanthrope. S'il n'y avait la différence de stature. Mais on sait que le paléontologue allemand Ralph von Koenigswald avait déjà découvert en 1948 une petite espèce à Sangiran ( Java ), qu'il appelait Pithecanthropus dubius. Quand au crâne complet qui se rapproche le plus de "Flora", c'est sans conteste celui de l'Homo georgicus ( D2700 ) trouvé en 2001 à Dmanisi, dont la capacité cérébrale n'excède pas 600 cm³. Mais il ne pourrait s'agir que de convergence.
Les pygmées sapiens sont petits parce que leur croissance est retardée durant la puberté. Mais le cerveau a déjà atteint sa taille définitive, ou presque, c'est pourquoi il n'est guère plus petit que celui des autres groupes d'Homo sapiens.
Cette faible taille des pygmées résulte des niveaux réduits de l'hormone IGF-1 ( insulin-like growth factor ) pendant la période de croissance, ou bien la réceptivité réduite à IGF-1. Mais même si la taille adulte est diminuée, les proportions craniofaciales restent dans la moyenne des populations avoisinantes de grande taille, tout comme le cerveau.
Pourquoi donc l'Homo floresiensis a-t-il terminé si petit ?
Comme nous le disions, il faut se libérer du cliché du "nanisme insulaire". On a parlé de ressources alimentaires réduites,
qui auraient forcé les humains sur l'île à devenir minuscules, car les conditions environnementales font qu'un corps
de moindre taille devient un "avantage". Mais ce qui est vrai pour le Stegodon, une sorte d'éléphant, ne l'est pas forcément
pour un hominidé omnivore !
Car même si les forêts pluvieuses tropicales de l'île de Flores n'offrent qu'un approvisionnement limité
en calories, il faut convenir que des groupes humains tirent leurs ressources également de la mer ( coquillages, poissons ),
ou de la collecte d'insectes.
Quelle est donc l'explication rationnelle de cette petite taille ? On peut penser à des avantages en terme de thermorégulation, dans des forêts chaudes et humides, car une taille réduite permet de réduire la chaleur interne produite par le corps…
Ainsi, tout comme chez les négritos et autres petits peuples, le nanisme du "hobbit" devait résulter d'une réponse anatomique à un climat très chaud et à la vie en forêt ( pour floresiensis, au bord de la mer ). La différence est que les premiers sont restés des Homo sapiens, tandis que l'hominidé indonésien est devenu le représentant d'une espèce zoologique distincte, l'Homo floresiensis.
Chez ce dernier, la croissance cérébrale ne s'effectue plus du tout comme chez nous !
Il doit exister chez l'hominidé de Flores un mécanisme qui réduit le crâne au lieu de le développer
- dès le stade utérin. Chez le bébé floresiensis, comme chez les pithécanthropes, la boîte crânienne ne s'accroît plus
dans les mêmes proportions que l'ensemble du corps ( hétérochronie du développement ) : la croissance
est courte, et la maturité sexuelle rapide ( vers 10-12 ans ? ), ce qui constitue un avantage sélectif.
Dans ces conditions d'environnement - pas forcément insulaire - l'évolution a pu favoriser l'émergence
d'individus nains à petits cerveaux !
Nous savons déjà par l'étude des fossiles que l'hominidé appelé pithécanthrope, ou Homo erectus,
a engendré, lors de son expansion en Asie, une grande profusion de formes de taille et de morphologie différentes, en Chine, à Java
ou ailleurs. On connaît ainsi le méganthrope, forme géante de l'Homo erectus.
L'Homme de Flores serait-il, à l'inverse, une variété locale de pithécanthrope nain ?
Non, pas précisément, car l'examen du moulage crânien virtuel effectué par Dean Falk et son équipe permet
de constater que les caractéristiques du cerveau de l'hominidé indonésien sont uniques !
L'Homo floresiensis n'est pas, non plus, dans la continuité évolutive des australopithèques africains. Les
caractères communs : petite taille, anatomie du bassin, s'expliquent ici par un phénomène de convergence, plutôt que par une
migration à partir de l'Afrique.
De toute évidence, les caractéristiques faciales et dentaires rattachent le nain de Flores
aux grands Homo du Pléistocène, mais pas forcément à l'Homo erectus javanais, qui était lui-même déjà très spécialisé !
Il semble fort probable que des hominidés déjà nains soient autrefois arrivés à Flores, en provenance d'autres îles de l'archipel de la Sonde ( Java, Sumatra, Bali ), voire même du sous-continent indien.
De petits hommes " déshominisés " ?
L'évolution du climat, des faunes et des flores, au cours du Pléistocène, peut être mis en corrélation avec l'évolution déshominisante des représentants du genre Homo. Seul sapiens y a échappé, grâce à l'apport décisif de sa culture.
Chez les différentes espèces répertoriées [ voir la liste, un peu plus bas ], on trouve à la fois assez de caractères communs pour être sûr de leur proche parenté, et assez de caractères spécialisés pour en déduire que ce ne sont pas les ancêtres de l'homme "moderne".
Dans son livre "Préhistoire du piéton" ( 8 ), Yvette Deloison, chercheur au CNRS et associée à la chaire "Paléoanthropologie et Préhistoire" du Collège de France, nous remémore la loi de l'irréversibilité de l'évolution, formulée par le paléontologue belge Louis Dollo ( 1857-1931 ) : des animaux spécialisés ne peuvent évoluer en d'autres animaux non-spécialisés. Or l'Homo sapiens est l'exemple même de la non-spécialisation anatomique.
Quant à la déshominisation, c'est le moteur d'une évolution qui va au-delà du type morpho-anatomique
de l'Homo sapiens. Comme l'écrit Bernard Heuvelmans ( 9 ), elle consiste en un éloignement progressif par rapport
aux traits qui caractérisent l'homme : station debout parfaite, gros cerveau et tête arrondie, pied avec arche plantaire rigide,
habitudes culturelles…
Il n'y a pas lieu de parler de "dégénérescence" : la déshominisation est un phénomène de spécialisation,
que l'on définit en Zoologie comme la perte de traits originaux avec, en même temps, le développement exagéré d'un ou plusieurs
caractères.
Comme l'indique justement Heuvelmans, le phénomène de déshominisation concerne l'ensemble
des lignées d'hominidés au Pléistocène, Homo sapiens étant le seul à être resté proche du type originel
( tête ronde, gros cerveau ).
Le facteur déclencheur de la déshominisation doit être recherché dans une aggravation des conditions
de vie, après de fortes et durables perturbations climatiques. Localement, on peut aussi assister au rejet d'un groupe pour des raisons
discriminatoires ( pathologies récurrentes ? ).
Le professeur et anatomiste berlinois Max Westenhöfer avait déjà mis l'accent, au début du 20ème siècle,
sur les changements dans les habitudes alimentaires.
L'apport en protéines et en vitamines ( rôle de l'ensoleillement ! ) conditionne le métabolisme
du corps, en particulier durant la période sensible de la croissance.
Les os, particulièrement ceux du crâne, peuvent gagner en densité - et en robustesse -
par accumulation de calcium. On passe ainsi du modèle gracile d'homme, aux formes érectoïdes ou
néandertaloïdes ( 10 ).
Ce sont deux hormones, la calcitonine et la parathomone, dont l'action combinée est à la base
du métabolisme du calcium chez les mammifères. Cet élément est apporté par la circulation sanguine. Lors d'un dysfonctionnement
hormonal, le calcium excédentaire n'est pas éliminé. Il s'accumule, et l'os devient plus compact et beaucoup plus épais.
Tout cela est régulé par des enzymes et des hormones qui sont l'expression de gènes, mais aussi
par les vitamines qui proviennent de la nouriture. On comprend l'importance d'une alimentation adaptée !
De plus, lors de la croissance intra-utérine, la diffusion d'hormones à travers le plasma de la femme enceinte peut jouer un rôle déterminant, car c'est à ce moment que se mettent en place les délicates structures cérébrales et crâniennes, induisant - ou renforçant une déshominisation.
Un isolat allopatrique ( qui coupe le contact avec d'autres populations ) parachève la mise en œuvre du processus de spéciation qui aboutit à la formation d'une espèce biologique nouvelle, génétiquement distincte de la souche originelle. En principe, il n'y a plus d'hybridation possible, ou bien les métis ne sont pas féconds.
Dans un contexte catastrophique, après la chute d'un astéroïde ou l'explosion d'un super-volcan,
des "poches de survie" permettent à la fois à l'espèce nouvelle de s'isoler, et aux autres groupes humains ( dont sapiens )
de continuer à vivre.
C'est une illustration du modèle des équilibres ponctués dans l'évolution, suggérant que les nouvelles
espèces résultent d'explosions évolutives rapides, suivies de longues périodes de changements faibles ou nuls ( stases ).
De fait, comme l'affirmait également le paléontologue américain Stephen J. Gould ( 1941-2002 ), les changements évolutifs proviennent plutôt d'une exaptation ( et non pas d'une adaptation ), en ce sens que les modifications déjà intervenues ( robustesse des orbites oculaires et du crâne ) rendent ensuite possible la colonisation de milieux nouveaux ( lagunes, mangroves ).
On le voit, dans l'apparition de l'Homo floresiensis, l'hypothèse souvent évoquée du "nanisme insulaire"
d'un érectoïde n'explique pas grand chose.
D'autant que nous ne nous trouvons pas dans le scénario d'une simple réduction de taille. En fait,
c'est tout l'organisme du "hobbit" qui a été reprogrammé !
La neuropaléontologue Dean Falk, de l'Université de Floride, et son équipe ont réalisé une image tridimensionnelle de l'intérieur du crâne ( endocrâne ) de "Flora" ( 11 ), afin de pouvoir la comparer avec l'encéphale ( virtuel ou réel ) des australopithèques, d'Homo erectus, d'humains actuels, de grands singes, d'une femme pygmée adulte, et aussi d'une personne souffrant de microcéphalie.
En fait, l'Homo floresiens est extrêmement bien "câblé". Son intelligence pouvait lui
permettre de traverser les océans - et vraisemblablement de développer un certain type de civilisation.
Grâce à ses capacités cérébrales, le "hobbit" était tout à fait capable de voyager et de s'installer un peu partout dans le monde !
Et l'on repense bien sûr au Petit Peuple…
Tout comme Ralph Holloway, paléontologue à la Columbia University de New York, Dean Falk affirme
que floresiensis est une espèce nouvelle, et non pas un erectus nain.
En effet, le cerveau de "Flora" montre un lobe frontal développé. Or, c'est le siège de la réflexion,
tandis que les lobes temporaux sont le siège de la mémoire et des émotions. Sur les images virtuelles en 3 dimensions du crâne,
on distingue un encéphale arrondi en arrière, comme chez l'homme moderne, et l'on y voit le lunate sulcus, également typique
du sapiens. Mais les circonvolutions visibles sur l'endocrâne virtuel ne proviennent pas simplement de la miniaturisation
d'un cerveau de sapiens ( ou d'erectus ) : c'est "autre chose"… N'oublions pas que le rapport
entre la taille du cerveau et celle du corps est, chez le "hobbit", plus proche des australopithèques,
comme "Lucy". Ce qui rend la spécificité d'Homo floresiensis encore plus flagrante !
Toute l'intelligence du petit bonhomme s'est retrouvée enfermée dans une "enveloppe" ostéologique qui reflète
des traits jugés jugés habituellement "primitifs" par les paléoanthropologues. Quant aux dents et au bassin, ils ne seraient pas déplacés chez un
australopithèque africain, vieux de 4 millions d'années, à l'allure plutôt simienne.
L'anatomie générale du "hobbit" est celle d'un petit homme, certes, mais la tête sans véritable front,
le petit "museau" formé par l'avancement des mâchoires, devait le faire ressembler davantage à un singe bipède et terrestre !
Comme nous le verrons, c'est le portrait tout craché des orangs-pendeks, décrits sur plusieurs îles
de l'archipel indonésien.
Erectus et floresiensis partagent un ancêtre commun : en l'occurence, un grand hominidé. Dans la perspective d'une déshominisation de formes ensauvagées, cet ancêtre commun pourrait être l'Homo sapiens, hypothèse que j'ai par ailleurs déjà évoquée ( 12 ).
Tant qu'on n'aura pas trouvé d'autres crânes similaires, à Flores ou ailleurs, il sera néanmoins difficile de trancher. L'étude d'un seul moulage crânien ( virtuel ! ) ne permet pas de clore la discussion.
On sait aussi que Jean-Jacques Hublin a reçu de Teuku Jacob une parcelle d'1g venant d'une côte de "Flora" pour l'apporter à son collègue Svante Pääbo, du Max-Planck-Institut à Leipzig, pour recherche d'ADN. Mais il est certain que si l'on veut un jour effectuer une analyse sérieuse de l'ADN du "hobbit", il faudra se décider à extraire un peu de pulpe dentaire à l'intérieur d'une molaire. Sans oublier que le fossile, à peine minéralisé, a pu être maintes fois contaminé par les chercheurs qui le manipulaient.
Comparaison
avec les lignées d'autres grands mammifères
Selon les critères de la théorie de la Bipédie Initiale, le gros cerveau de l'homme, dit "moderne", est un
caractère ancestral ( plésiomorphe ). Il occupe tout le volume de la boîte crânienne, au-dessus de la tige
osseuse dorsale qui forme ( dans sa partie antérieure ) une sorte d'équerre sous le crâne : le plancher crânien.
L'homme marche debout parce qu'il a un gros cerveau, et non pas l'inverse !
Si l'on se réfère à la seule période du Pléistocène, et au seul genre Homo, force est de constater la
présence passée ou actuelle de près de douze espèces ( ou plus, selon certains auteurs ).
Ce sont, par ordre alphabétique :
H. antecessor
H. (Pithecanthropus) erectus
H. (Pithecanthropus) ergaster
H. floresiensis
H. georgicus
H. heidelbergensis
H. neanderthalensis
H. (Meganthropus) palaeojavanicus
H. pongoides
H. sapiens
H. soloensis
Une telle liste n'est pas sans rappeler celles d'autres genres de grands mammifères,
pour cette même période géologique !
Si l'on prend par exemple, l'éléphant ( Elephas ) :
E. (Loxodonta) africanus
E. antiquus
E. atlanticus
E. (Loxodonta) cyclotis
E. falconeri
E. indicus
E. melitensis
E. meridionalis
E. (Mammuthus) primigenius
E. recki
E. trogontherii
Tout comme dans le genre Homo, on retrouve ici des formes naines ( melitensis ),
des formes au front bombé ( indicus, recki ), et d'autres au front "fuyant"
( antiquus, africanus )… A noter aussi que le plus "poilu" des éléphants, le mammouth
ou E. primigenius, que l'on voit par exemple représenté dans la grotte préhistorique de Laungerie-Haute ( Dordogne ), loin
de constituer, comme on l'a d'abord cru, le plus ancien et le plus "primitif" des éléphants, était au contraire une forme récente
et très spécialisée !
On pourrait dire la même chose du pithécanthrope ( Homo erectus ),
par rapport à l'Homo sapiens…
Dans un autre groupe, celui des ours ou ursidés, le genre Ursus a comporté durant le Pléistocène et l'Holocène :
U. americanus
U. arctos
U. arvernensis
U. (arctos) crowtheri
U. deningeri
U. etruscus
U. (arctos) horribilis
U. maritimus
U. spelaeus
U. thibetanus
Parmi ces espèces génétiquement proches, l'ours blanc, Ursus maritimus, à la différence
de l'Ursus arctos ( ours brun ) terrestre, est un animal surtout marin, bien adapté à son environnement de banquise polaire,
où il pourchasse les phoques. Le corps de l'ours blanc est allongé, le cou long et mince, la tête étroite avec de petites oreilles rondes.
Les pattes de devant sont larges, les doigts reliés par une palmure sur la moitié de leur longueur.
Malgré leurs différences anatomiques - et comportementales - les deux espèces d'ours,
Ursus arctos et Ursus maritimus, sont proches par la génétique et l'évolution ( un ancêtre commun vivait
au Pléistocène moyen ).
On voit tout de suite le parallèle avec l'Homo sapiens, surtout terrestre, et l'Homo erectus,
possiblement marin, nageur et plongeur ( 13 ) !
Réflexions sur la phylogénie
du genre Homo
La première constatation que l'on peut faire, c'est que le genre Homo se comporte au Pléistocène
comme tout autre groupe de grands mammifères…
La variabilité intra-générique y est très comparable ( une dizaine d'espèces ), ce qui rend tout à fait
vraisemblable la survivance, jusqu'à notre époque, de plusieurs d'entre elles, en plus de l'Homo sapiens… C'est là tout le sujet
de la prospection hominologique, telle que l'ont définie les chercheurs russes Boris Porchnev et Dmitri Bayanov ( 14 ).
Ainsi, en dehors de l'Homo sapiens, des formes sauvages spécialisées pourraient vivre tout
naturellement en divers points de la planète.
On peut penser à une ou plusieurs formes "miniatures", comme l'Homo floresiensis, sans doute
aquatiques à l'origine ( actuellement plutôt en forêt ), mais aussi à des formes "géantes", vivant à proximité des grands fleuves,
capables de nager en pleine mer : Homo erectus ( ou Meganthropus palaeojavanicus ), ainsi
qu'Homo neanderthalensis ( ou pongoides ), plus montagnard, probablement issu d'une lignée distincte.
Toutes ces espèces sont restées génétiquement très proches de l'Homo sapiens, malgré les importantes différences morphologiques et comportementales que l'on peut constater. C'est le cas aussi de l'ours blanc vis-à-vis de l'ours brun, ou bien de l'éléphant et du mammouth.
Loin d'être "notre ancêtre", l'Homo erectus, était sans doute un homme spécialisé
dans un habitat semi-aquatique, voire marin ( estuaires, archipels ).
Si ses membres étaient proportionnés comme les nôtres, son pied était déjà différent. Ne comportant
pas de voûte plantaire rigide, il était beaucoup plus souple, ce qui le rendait mieux adapté aux terrains boueux ( car il est plus facile
de sortir un pied non rigide de la fange ), rocailleux ( car la partie antérieure avec les orteils pouvaient mieux
agripper le substrat ), et dans l'eau ( pour la propulsion ! ). On lira avec intérêt ce qu'écrit l'anatomiste
américain Jeff Meldrum, en évoquant l'empreinte d'un pied d'Homo erectus trouvée sur le site de Terra Amata, à Nice ( 15 ).
A l'inverse du schéma habituel proposé en Paléontologie, aucune des espèces robustes spécialisées
ne paraît avoir été en mesure d'engendrer un morphotype gracile, tel celui de l'homme baptisé "moderne"… par lui-même !
Bien au contraire, il faut envisager que le morphotype sapiens, le plus polyvalent et le moins spécialisé de tous,
est à l'origine des autres espèces humaines, du Pléistocène jusqu'à l'Holocène !
Relations de parenté dans le genre Homo au Pléistocène
Tout au long du Pléistocène, le stock ancestral Homo sapiens est caractérisé par le maintien d'une tête ronde, ainsi que par la disposition embryonnaire constituée par une station droite du corps, et un cortex frontal positionné au-dessus des orbites oculaires ( front haut ). Depuis toujours, l'espèce Homo sapiens admet une large variabilité intra-spécifique. Ainsi prennent naissance les diverses lignées déshominisées. Au départ, ce sont de simples variétés de l'espèce sapiens. Les différences morphologiques majeures s'expliquent par la modification progressive des "itinéraires" ontogéniques, en cours de croissance. Un tel processus ne peut qu'être rapide, et correspond à une ponctuation ( au sens donné par Stephen J. Gould ), très vraisemblablement après un événement cataclysmique perturbateur et déclencheur. Les H. erectus, neanderthalensis, floresiensis et autres, sont ainsi les résultats de
processus d'hypermorphose s'étalant graduellement dans le temps.
Toutes ces espèces nouvelles, comme Homo floresiensis, se forment dans des isolats géographiques,
et résultent des contraintes de l'environnement ( par exaptation ). Dans ces isolats, favorables
à la dérive génétique, se développent des modifications qui aboutissent finalement à l'isolement reproductif.
C'est ce qu'on appelle une spéciation. L'espèce nouvelle se maintient alors en stase morphologique.
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La question de la grande ancienneté du morphotype sapiens prête bien sûr à polémique,
puisque les fossiles les plus anciens "officiellement" reconnus d'Homo sapiens n'ont guère que 200.000 ans
d'âge ( vallée de l'Omo, en Ethiopie ).
On peut penser que des fossiles plus anciens de sapiens existent, mais n'ont pas encore été découverts.
La paléontologie est ainsi faite que la plupart des trouvailles sont fortuites ! Si les populations de sapiens du Pléistocène inférieur
ont vécu près des côtes, leurs restes reposent peut-être au fond des mers, alors qu'on a retrouvé ceux des erectus, leurs contemporains,
dans les zones correspondant à d'anciens marécages, ou mangroves, sites que n'habitaient pas forcément les sapiens.
Mais il est également possible que des découvertes de sapiens anciens restent "ignorées"
de la communauté scientifique.
Certaines trouvailles géologiques troublantes sont citées dans le livre controversé "Forbidden Archaelogy"
de Cremo & Thompson ( 16 ), mais en cherchant un peu, on peut aussi retrouver d'étranges rapports,
dans la littérature dite "officielle". Ainsi, dans le "Traité de Paléontologie", tome VII, rédigé sous la direction du professeur
Jean Piveteau, et publié en 1957 chez Masson & Cie, on lit dans un sous-chapitre consacré aux "restes humains d'âge incertain"
( p. 587-588 ) :
" Le Dr Leakey annonça la découverte à Kanam et à Kangera, au voisinage du lac Victoria, de restes humains
remontant à l'aurore des temps quaternaires, et appartenant à l'Homo sapiens […]. A Kanam, c'est une mandibule qui fut exhumée,
associée, selon Leakey, à des restes de Mastodontes, de Deinotherium et à une industrie préchélléenne. A Kangera, des fragments
de crânes ayant appartenu à trois individus différents et une portion de fémur étaient accompagnés d'une faune comprenant une variété
de l'Eléphant antique ( Elephas antiquus ), un Mastodonte, et peut-être un Hipparion.
La mandibule de Kanam paraît "un peu plus épaisse" que celle de l'H.s., et présente un menton.
Leakey a considéré que cette pièce représentait le type d'une espèce nouvelle : Homo kanamensis, qui serait l'ancêtre
direct de l'H. sapiens. Le fragment de crâne de Kangira dénotant des têtes allongées au front élevé est sans bourrelet sus-orbitaire ".
Tout cela est vraiment très étrange, car la faune associée indique la période du Villafranchien,
c'est-à-dire le Pléistocène inférieur ! Le commentaire du professeur Piveteau
est " que ces dépôts ont subi d'importants remaniements "… Autrement dit, ils ne sont pas véritablement datables,
les restes de sapiens ayant pu "glisser" vers les couches à Hipparion !
Cela n'a en tout cas pas fait trop d'ombre à la carrière du Dr Louis Leakey, qui découvrit quelques années plus tard
l'Homo habilis, un fossile "politiquement correct", celui-là !
Le " Petit Peuple " des légendes
La révélation de l'Homo floresiensis pourrait bien avoir d'importantes conséquences, non seulement pour l'anthropologie, mais aussi pour la cryptozoologie, "science des animaux cachés", initiée dans les années 1950 par le zoologue Bernard Heuvelmans ( 1916-2001 ).
S'il avait encore été de ce monde, Bernard eût sans conteste savouré l'annonce de la découverte, car depuis son premier livre "Sur la Piste des Bêtes Ignorées" ( 1955 ), il n'avait eu cesse de proclamer que des créatures hominoïdes et velues de petite taille existaient ou avaient existé sur les îles indomalaises : l'orang-pendek à Sumatra, le nitaewo à Ceylan, le batutut à Bornéo. Et on peut ajouter l'ebu gogo… à Flores !
L'Homo floresiensis est-il toujours vivant ? Le paléontologue Richard Roberts, de l'université
de Wollongong ( Australie ), co-auteur de l'article de Nature, n'est pas hostile à cette idée. Il cite une historiette locale
selon laquelle des villageois avaient offert de la nourriture aux petits hommes de la grotte : ces derniers auraient tout dévoré !
Dans le parler local, ebu veut dire "grand-mère" et gogo "qui mange n'importe quoi". On décrit
de petits êtres d'un mètre de haut, avec de longs cheveux, un ventre rond, des oreilles décollées, à la démarche maladroite,
mais capables de grimper aux arbres à la vitesse de l'éclair, qui murmurent des choses entre eux, et sont capables de répéter les phrases
qu'ils ont entendu, comme des perroquets…
A Sumatra, l'orang-pendek est évoqué de façon très semblable.
Tout cela peut sembler bien improbable ?
Mais l'existence du nain de Flores était au départ tout aussi improbable… !
Henry Gee, rédacteur de Nature, souligne dans l'édition du 28 octobre 2004 l'espoir que la découverte d'Homo floresiensis a fait naître chez les "chasseurs de yétis". Gee fait allusion aux recherches de son compatriote Adam Davies, sur la piste de l'orang-pendek à Sumatra.
Quant à la journaliste scientifique américaine Kate Wong, elle termine son très sérieux article, "The littlest Human" ( Scientific American, février 2005 ), par l'évocation du folklore indonésien et les possibilités d'une survivance de l'Homo floresiensis sous la forme de l'ebu gogo ou de l'orang-pendek.
A la suite de l'excellent article "Le Troisième Homme" de Rachel Fléaux, publié dans le Sciences et Avenir de décembre 2004, on peut également lire un texte original de Pierre Lagrange : "Flores : yéti y es-tu ?".
Citons aussi la contribution de Desmond Morris, dans les BBC News du 29 octobre 2004, "Eton or the Zoo", où l'auteur célèbre du "Singe Nu" se demande comment rediriger le petit homme de Flores, si on le découvrait vivant, vers l'école ou vers le zoo… Ce n'est pas sans rappeler Vercors et "Les animaux dénaturés".
Quant à Gregory Forth, professeur d'anthropologie à l'Université d'Alberta ( Canada ), il a publié en 2005 dans Anthropology Today un article sur la récente découverte de l'Homo floresiensis ( 17 ). L'auteur écrit qu'il a effectué des recherches ethnologiques, depuis 1984, dans la région de Nage ( centre de l'île de Flores ), et qu'il y a recueilli des traditions sur l'ebu gogo, une créature hominoïde et velue, de petite taille. Forth souligne des traits comme les seins longs et pendants que la femelle fait passer par dessus son épaule ( cela rappelle des récits sur l'homme sauvage en Europe médiévale, ou sur l'almasty du Caucase ). Il parle aussi de bras relativement longs et de ventres proéminents. Le professeur Gregory Forth prépare en ce moment un livre sur les "hommes sauvages de l'Asie du sud-est, et d'ailleurs".
Justement, a-t-on signalé des petits hommes ailleurs dans le monde ?
En quittant l'archipel indonésien, vers l'est, nous rencontrons aux îles Hawai et aux Fiji le menehune,
une sorte de lutin qui vivrait dans les forêts de montagne, et ne descendrait dans la plaine que la nuit. Sur le site
de l'AFRC ( Association Française de Recherche Cryptozoologique ), Jean-Luc Drévillon le décrit ainsi
( 18 ) : " …deux à trois pieds de haut avec un corps velu à l'aspect trapu et rondouillard, le visage
à la peau rouge laisse voir de grands yeux cachés sous de longs sourcils, la tête est recouverte d'une longue chevelure descendant
dans le dos, le nez est large et plat…".
En Amérique centrale ( Belize, Honduras ), on trouve aussi le dwende qui fait
entre 1 m et 1,35 m, poilu et chevelu, aux épaules massives et aux bras assez longs.
Est-ce toujours l'Homo floresiensis ?
D'autres "petits hommes" sont connus en Afrique : l'agogwé ou le kakundakari.
Sont-ce des Homo habilis survivants ?
En Amérique du Nord, des petits hommes plutôt de type sapiens ont été décrits
( 19 ), ils ont la particularité de se peindre en bleu ( ce qui nous rappelle d'autres petits hommes bleus… ).
Ils ne font guère plus de 3 pieds de haut ( 1 m ), et l'auteur américain Paul Wilson les rapprochent
des Pictes, habitants des îles Britanniques, qui auraient également eu le visage peint en bleu.
Dans l'Antiquité et jusqu'au Moyen-Age, on croyait en effet à l'existence de "pygmées" nord-européens.
Au 20ème siècle, le débat avait ressurgi à la publication d'un livre de Margaret Murray sur la sorcellerie
européenne ( 1921 ), initialement la religion du "Petit Peuple" préhistorique. De fait, Margaret Murray posait l'existence
de "pygmées européens" comme un fait établi !
Comme l'a très bien montré Michel Meurger ( 20 ), l'édification de ce mythe moderne,
où se mêlent nanisme, superstition et sorcellerie, s'est faite en plusieurs étapes : d'abord, une période constitutive, puis une période
de chroniques et de récits, ensuite celle des préhistoriens avec débat autour d'éventuels pygmées fossiles, en rapport avec la thèse
de la race primitive du savant allemand Josef Kollmann , et enfin une dernière phase anthropologique, quand l'égyptologue
Margaret Murray, professeur à l'université de Londres, partait du principe que les pygmées nordiques avaient véritablement existé.
Bien sûr, cela ne remet pas en cause le "petit peuple" des îles indonésiennes, dont l'existence passée est maintenant étayée par des fossiles, réels ceux-là, et dont la survivance est d'autant probable qu'il s'agit d'une espèce différente de l'homme ( sapiens ), et qui n'entre donc pas en concurrence directe avec ce dernier !
Scénario pour l'Homme de Flores
L'hypothèse parfois évoquée du "nanisme insulaire", faisant intervenir des Homo erectus miniaturisés,
ne tient vraiment pas la route, nous l'évoquions un peu plus haut.
L'île de Flores est relativement grande, variée en biotopes. Elle a été rattachée
vers l'est ( Australie comprise ) lors des derniers épisodes de régression marine.
La petite taille d'Homo floresiensis n'est donc pas liée à l'insularité, d'autant qu'une alimentation
abondante ( fruits de mer ) pouvait être collectée le long des côtes. Cela explique d'ailleurs la "bonne conservation mentale"
du nain indonésien, car il avait toujours accès à une nourriture calorifique et variée.
Voici le scénario que je propose globalement.
Homo floresiensis est issu d'ancêtres de type sapiens. C'est l'illustration de la plasticité
et de la diversité naturelle des formes humaines, tout au long du Quaternaire !
On pense que des Homo sapiens ou des Homo erectus étaient déjà passés par Flores,
voici 800.000 ans, puisqu'on y a découvert de l'industrie lithique. Dans la grotte de Liang Bua, on a retrouvé des outils qui correspondent très
certainement à de grands Homo sapiens. C'est aussi l'avis de Michel Morwood, l'un des co-découvreurs.
Les restes d'Homo floresiensis sont datés entre 95.000 et 13.000 ans. Ces petits hommes servaient
peut-être régulièrement de "repas" aux sapiens, quand ceux-ci ne dégustaient pas du Stegodon ( éléphant nain )…
C'est ce que propose le professeur Colin Groves, de l'Australian National University ( 21 ). En tout cas, les outils de Liang Bua
sont comparables en taille et en forme à ceux trouvés en Australie et en Asie du Sud-Est, ce qui montre qu'Homo sapiens est bien passé par là…
Dans notre hypothèse, le "hobbit" procède de l'homme par déshominisation.
Il s'agit, nous l'avons vu, d'un processus évolutif d'éloignement des traits anatomiques et morphologiques
qui caractérisent habituellement l'Homo sapiens.
Dans ce scénario, un groupement humain se retrouve isolé des autres représentants de son espèce, à la suite d'un cataclysme d'envergure planétaire. De mauvaises conditions d'existence qui durent, le changement radical dans les habitudes alimentaires et la perte de la structure sociale, provoquent l'apparition de caractères spécifiques qui rendent les survivants plus aptes à mener une vie sauvage. Si les conditions perdurent, une espèce nouvelle, comme Homo floresiensis, peut ainsi voir le jour.
A l'origine, les "hobbits" étaient de grands Homo sapiens, tels que nous…
Mais, sous la pression d'un environnement hostile ( prédateurs, hygiène insuffisante,
maladies récurrentes, stress ) induisant une mortalité élevée, la réponse biologique a consisté en une accélération
de la croissance fœtale ( pour réduire le temps de gestation ), et en un raccourcissement
de la période juvénile ( pour un passage plus rapide à la phase adulte ). Ce sont des hétérochronies du développement.
Le concept de l'hétérochronisme est récent en Biologie. De cette façon, on explique l'évolution d'un
animal par la modification de la durée, ou de la vitesse de sa maturation. Ici, il s'agit d'une évolution déshominisante.
Le résultat en a été l'Homo floresiensis. Avec sa petite taille, son crâne robuste, son cerveau de 380 cm³,
et tout ce que nous ne voyons pas sur le squelette de "Flora" : la ( probable ) pilosité, l'amélioration des
performances physiques ( nage ! ) et sensorielles, l'adaptation réussie à la vie sauvage.
En contrepartie, cette déshominisation s'accompagne de l'abandon du bagage culturel, de l'usage habituel
d'outils et, progressivement, du langage articulé.
A la fin du Pléistocène, quand le climat s'améliore nettement - ou même avant, durant les interstades - les espèces humaines présentes en Asie du Sud-Est sont parfois entrées en contact - et en concurrence. Sous la pression de l'Homo sapiens, mais aussi de l'Homo erectus, les groupements d'Homo floresiensis se sont alors réfugiés dans les endroits les moins accessibles aux deux premiers : marais, îlots ou denses forêts de l'intérieur, à Sumatra, Bornéo, Flores…
En fait, la découverte des petits hommes sur l'île de Flores est imputable plutôt au hasard des fouilles !
Sans doute, bien d'autres endroits de la région indo-pacifique sont-ils susceptibles de receler les restes
de la même petite forme humaine, baptisée désormais floresiensis, ou alors de formes similaires, présentant peut-être une
histoire évolutive différente.
Conclusion
Dans l'état actuel de nos connaissances, le scénario le plus probable fait intervenir une spéciation
du petit Homme de Flores à partir d'un stock ancien du genre Homo.
Si l'on tient compte des résultats et constatations sur l'endocrâne virtuel de "Flora"
( Homo floresiensis ), communiqués par Dean Falk, ces représentants du genre Homo, au Paléolithique moyen,
appartenaient à l'espèce sapiens.
Sous réserve d'études complémentaires sur la structure de l'ADN, qui devraient préciser le statut phylogénétique
exact de l'Homme de Flores, on peut penser que le "hobbit" est une bonne espèce biologique ( distincte à la fois
d'Homo erectus et d'Homo sapiens ), qui a connu une diffusion large, et dont l'aire de répartition a jadis pu
englober l'ensemble de la région indo-pacifique.
Les nombreux îles et îlots ont possiblement été atteints à la nage, ce que l'étude des éléments podaux
du squelette, s'ils sont retrouvés, pourrait confirmer. En effet, un pied souple sans voûte plantaire marquée, constituerait une
excellente adaptation à la nage côtière, tout comme la structure particulièrement robuste du corps, dans son ensemble, et
particulièrement du crâne, car le "hobbit" semble avoir débuté son existence dans un contexte d'environnement semi-aquatique.
Une hypothèse alternative fait intervenir la diffusion par radeaux, ce que les facultés cognitives du "hobbit" rendaient sans doute possible. L'industrie lithique trouvée en place dans la grotte de Liang Bua, est en revanche difficile à mettre sur le compte de l'Homo floresiensis, mais elle a pu être l'œuvre d'Homo sapiens féraux, ou d'Homo erectus dont la déshominisation n'était pas trop accentuée. Des microlithes, témoins de l'industrie de l'Homme de Flores, seront peut-être retrouvés un jour. Mais sans doute, bien des restes squelettiques, écofacts et artéfacts du "hobbit" resteront dissimulés dans les zones basses du littoral, autrefois accessibles, mais aujourd'hui inondées par l'inexorable montée des eaux, depuis le début de l'Holocène.
L'Homo floresiensis a vraisemblablement vécu jusqu'à notre époque - ou jusqu'à un passé récent - sous la forme des hominidés cryptides évoqués par Bernard Heuvelmans, tels le nitaewo de Ceylan ou l'orang-pendek à Sumatra. Comme le pense son disciple, le cryptozoologue français Michel Raynal, c'est sur cette île de Sumatra que les chances de retrouver l'Homo floresiensis dans son habitat naturel paraissent les meilleures, car beaucoup de chercheurs se trouvent actuellement sur le terrain, et explorent une zone géographique relativement restreinte : le Kerinci-Seblat National Park, à l'ouest de l'île.
En tout cas, on peut espérer de prochaines et prometteuses découvertes, à la fois en Zoologie et en Paléontologie. Les chances de retrouver le "hobbit" sont bien réelles !
Bibliographie et notes
(1) : Brown P. et al. : " A new small-bodied hominin from the Late Miocene of Flores, Indonesia " - Nature, 431: 1055-1061, 28 octobre 2004
(2) : Herald Sun du 30 avril 2005
(3) : Hartwig-Scherer S.: " Die Zwergmenschen " - Studium Integrale Journal, 12 (1) : 3-10, Baiersbronn, 2005
(4) : Libération du 29 novembre 2004 ; par ailleurs, le professeur Pascal Picq se montre très ouvert à un scénario
de bipédie originelle chez les primates :
http://www.hominides.com/html/dossiers/bipedie.html
(5) : http://perso.wanadoo.fr/biped_fr.htm
(6) : Le Monde du 5 mars 2005
(7) : The Australian du 11 mars 2005
(8) : Deloison, Y. : " Préhistoire du piéton " - Plon, 2004
Voir aussi son site web : http://www.ivry.fr/deh.deloison/deloison.htm
(9) : Heuvelmans, B. & B. Porchnev : "L'Homme de Néanderthal est toujours vivant", p. 448 et suivantes - Plon, 1974
(10) : http://perso.wanadoo.fr/initial.bipedalism/22.htm#2
(11) : Science Express on line du 3 mars 2005 ; Balter, M. : "Small but smart ? Flores hominid shows
signs of Advanced Brain" - Science, 307 : 1386-1689, 4 mars 2005.
Voir aussi : http://news.bbc.co.uk/1/hi/sci/tech/4308751.stm
et : http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/1109727
(12) : Dimanche Saône-et-Loire du 13 février 2005
(13) : Sarre, F. de : "Homo erectus, notre ancêtre présumé était-il un homme-marin ?", La Gazette Fortéenne, 2 : 31-44, éd. Œil du Sphinx, Paris, 2003
(14) : http://hominology.narod.ru/eng.htm
ou http://www.bigfootencounters.com/biology/manimal.htm
(15) : Journal of Scientific Exploration, vol. 18 (1), article 5, Jeff Meldrum, 2004
http://www.scientificexploration.org/jse/abstracts/v18n1a5.php
[cliquer ensuite sur le lien en bas de page pour avoir l'article entier en pdf , avec photographies]
(16) : http://www.mcremo.com et aussi :
http://www.perigord.tm.fr/~pip/15995/15995p01.htm
(17) : Forth, G. : " Hominids, hairy hominoids and the science of Humanity " - Anthropology Today, 21 (3): 13-17, June 2005
http://homepage.ntlworld.com/marek.kohn/flores.html
http://www.mail-archive.com/mythfolk@yahoogroups.com/msg00190.html
(18) : site de l'AFRC http://jeanluc.drevillon.club.fr/index.html
(19) : Wilson, P. : " The Little People ", Colorado, 1996
http://www.n2.net/prey/bigfoot/creatures/littlepeople.htm
(20) : Meurger, Michel, " Lovecraft et la S.-F./1 ", Amiens, 1991
(21) : ABC Science Online du 29 octobre 2004
ou
http://www.earthfiles.com/news/news.cfm?ID=879&category=Science
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